Innovazione tecnologica: il polo tecnologico “Noi Techpark” riapre a Bolzano

Techpark

Noi Techpark, il distretto dell’innovazione di Bolzano, ha riaperto le porte e va ripopolandosi di ricercatori, tecnici, giovani talenti e imprenditori.

La ripresa delle attività post Covid-19 avviene anche grazie all’apertura di 19 nuovi ingressi, dieci aziende e nove start-up, che portano così a 75 il numero totale di imprese presenti nel parco: aziende, start-up e spin-off che hanno scelto il polo tecnologico per connettersi a un ecosistema vitale, che proprio sull’interazione tra ricerca e impresa basa il suo successo.

Durante la pandemia il polo tecnologico non si è mai fermato, dimostrando con iniziative online come “Reagire alla crisi” di saper offrire supporto alle aziende anche “da remoto” – riapre le sue porte in totale sicurezza: 19 le nuove imprese accolte (11 insediate nel primo trimestre dell’anno, altre 8 presentatesi e selezionate durante il periodo di lockdown) che potranno interagire e lavorare a stretto contatto con le altre aziende già presenti, i centri di ricerca e l’università.

I nuovi ingressi, che portano a 75 il numero totale delle imprese insediate, potranno usufruire dei servizi di supporto all’innovazione forniti dal polo tecnologico Noi Techpark e, soprattutto, dei 40 laboratori attivi in settori tecnologici di punta che li aiuteranno a sviluppare, in stretta relazione con gli istituti di ricerca, nuove soluzioni in grado di aumentare know-how e competitività sul mercato.

“La crisi ha colpito parti dell’economia anche in Alto Adige. Proprio per questo l’insediamento di nuove aziende e start-up a Noi Techpark è un importante segnale di fiducia nel futuro di tutto il territorio – racconta Arno Kompatscher, presidente della Provincia Autonoma di Bolzano – È un momento in cui competenza e ricerca sono fondamentali”.

Al polo tecnologico Noi Techpark, le 19 nuove imprese e start-up potranno lavorare, confrontarsi e collaborare con i ricercatori di Eurac Research, Università di Bolzano, Centro di sperimentazione Laimburg, Fraunhofer Italia e Agenzia CasaClima.

Le aziende potranno così sviluppare e testare i propri prodotti condividendo il proprio know-how in un ambiente composto da altri innovatori e giovani talenti. 

La maggior parte delle imprese lavorano nell’ambito del Digital e delle tecnologie Green, due settori di punta nel prossimo futuro. Ci sono però anche nuove aziende che lavorano nel settore dell’Automotive & Automation e del Food.

Inoltre, ci sono quattro start-up, che negli ultimi tre anni sono diventate aziende di Noi Start-up Incubator, e si sono stabilite nel polo tecnologico, insieme alle 19 nuove aggiunte. La missione di Noi Techpark è proprio quella di coltivare ulteriormente questo terreno con servizi su misura come il programma di mentoring, i workshop e i servizi di supporto. “ Siamo onorati di essere parte del polo tecnologico Noi Techpark attraverso il Würth Innovation Hub che, tra i numerosi obiettivi, ci consente di intensificare i progetti di innovazione e di ricerca che rappresentano un pilastro fondamentale della strategia di crescita di Würth Italia – afferma Nicola Piazza, Amministratore Delegato di Würth Italia – Essere presenti a Noi Techpark, uno dei più dinamici parchi scientifico-tecnologici in Europa, ci offre la possibilità di conoscere e di collaborare con numerose start-up innovative, generando un interscambio fondamentale e determinante per sviluppare ulteriori progetti innovativi ed entrare in contatto con il mondo del futuro”.

L’Italia riparte dal biotech

L’Italia riparte dal biotech
Settore in crescita alla ricerca di investimenti

Sono 696 le imprese biotech attive in Italia secondo il nuovo rapporto Assobiotec ed Enea su “Le imprese di biotecnologia in Italia. Facts&Figures” che mostra un settore in crescita, a forte intensità di ricerca e sviluppo ma che ha bisogno di rafforzarsi sotto il profilo dimensionale per migliorare la propria competitività a livello internazionale

Il settore biotech in questi primi mesi del 2020 ha mostrato tutte le sue potenzialità nella reazione all’emergenza sanitaria causata dalla diffusione del Sars-Cov2. E si sta sempre più affermando come tecnologia chiave per una ripartenza “sostenibile” del Paese

A testimoniare il ruolo che il biotech sta giocando nella battaglia globale contro la pandemia e che tipo di impatto ha avuto la diffusione del virus Sars-CoV-2 sul comparto biotech nazionale è stato un sondaggio “Biotech vs Covid19” lanciato nel mese di aprile da Assobiotec.

I risultati mostrano un importante coinvolgimento delle imprese presenti sul nostro territorio nella ricerca e nella produzione di soluzioni contro il virus (57% del campione) con particolare riferimento all’area della diagnostica (44%) e della ricerca di terapeutici (34%). Solo il 7% dichiara invece di essere impegnato nella ricerca di un vaccino.

Significativo è l’effetto che la pandemia e il lockdown stanno avendo sul comparto: sebbene il 60% del campione indichi di continuare a portare avanti il proprio business, anche se in modalità differente, il 40% si è vista costretta a ridimensionare (29%) o bloccare (11%) la propria attività.

A soffrire in particolare le realtà a capitale italiano che nel 13% dei casi hanno dovuto bloccare totalmente le attività in corso, mentre le imprese con headquarter estero sono riuscite tutte a proseguire le attività (dato imputabile al fatto che queste realtà svolgono in prevalenza attività più vicine al mercato e sono dunque meno esposte ad attività ad alto rischio di R&S).

Tante e differenti le difficoltà operative incontrate fra carenza di clienti (32%), logistica (29%) e crisi di liquidità (25%). Carenza di budget (36%), inaccessibilità dei laboratori e sospensione delle attività di arruolamento di pazienti negli studi clinici (21%), mancanza di materiali (19%) sono invece i principali fattori alla base di un rallentamento generale delle attività di R&S.

E alla domanda “Superata l’emergenza, se dovesse indicare 2 priorità sulle quali le Istituzioni dovrebbero lavorare per permettere alla sua impresa di svilupparsi e di affrontare meglio sfide future come questa?”

Quasi la metà delle imprese italiane ha risposto che è urgente individuare un piano di lungo periodo per la Ricerca e l’Innovazione (42%) così come allocare più investimenti in R&S (41%), mentre le imprese a capitale estero chiedono minore burocrazia (28%) e l’individuazione di un pacchetto di sgravi fiscali (14%).

Il fatturato totale del Biotech in Italia 

Questo dato ha registrato di aver superato i 12 miliardi di euro a fine 2019, con un incremento medio annuo tra il 2014 e il 2018 di circa il 5%. Due terzi del fatturato è generato dalle imprese a capitale estero, che sono appena l’11% delle imprese censite, e sono attive soprattutto nell’area della salute.

L’80% dell’industria biotech in Italia è costituito da imprese di piccola e micro dimensione, che hanno avuto un ruolo propulsivo nella dinamica di crescita dell’intero comparto. Fra il 2017 e il 2019 sono state registrate oltre 50 nuove start-up innovative attive nelle biotecnologie.

In tutto, sono oltre 13 mila gli addetti biotech in Italia, di cui il 34% impiegato in attività di Ricerca e sviluppo. È il quadro che emerge dal nuovo rapporto su Le imprese di biotecnologie in Italia, realizzato grazie all’ormai consolidata collaborazione tra Assobiotec ed ENEA.

Il 49% delle imprese biotech ha come settore di applicazione prevalente quello legato alla salute, che storicamente si connota come il settore che per primo ha dato impulso allo sviluppo delle tecnologie biotech. Il 39% delle imprese biotech produce e/o sviluppa prodotti e servizi sia di carattere industriale o volti alla prevenzione e mitigazione dell’impatto ambientale (30%), sia per applicazioni agricole e zootecniche (9%), rappresentando una delle principali leve innovative per i settori della bioeconomia. L’area delle applicazioni in Genomica, Proteomica e Tecnologie Abilitanti – GPTA risulta presente nel 12% delle realtà censite.

Tecnologie anti Covid-19

I tessuti antivirus
I tessuti antivirus

Il post Covid-19 porta alla luce novità non solo in campo medico ma anche tecnologico e per quanto riguarda la moda, l’abbigliamento è in atto una vera e propria rivoluzione soprattutto per quanto riguarda i materiali con cui verranno realizzati i capi, tessuti antivirus

Da Albini Group arrivano i primi tessuti  antivirus «ViroFormula», in grado di proteggerci da virus e microbi. Grazie a una tecnologia (la Viroblock della svizzera HeiQ), che impedisce alle stoffe, con comprovata efficacia, di diventare superfici ideali per la diffusione del Covid19. Contribuendo così a ridurne il rischio e la velocità di contaminazione e trasmissione.

«Stiamo vivendo un momento critico e incerto, ma noi non ci fermiamo. Siamo pronti ad affrontare la sfida, continuando a lavorare su nuove soluzioni e articoli in sintonia con le attuali esigenze del mercato – spiega Stefano Albini, Presidente di Albini- Ecco perché abbiamo sviluppato i tessuti antivirus ViroFormula».

Da oltre 144 anni la ricerca d’avanguardia è l’obiettivo di Albini Group (sette stabilimenti, di cui 4 in Italia, 1.300 dipendenti).

«Abbiamo ideato una nuova categoria di prodotti, unica nel suo genere: i più bei tessuti al mondo con la capacità di proteggerci dai virus. Per indossare un futuro migliore adesso», sottolinea Fabio Albini, direttore creativo del marchio fondato nel 1876 ad Albino (Bergamo), impresa famigliare, oggi guidata dalla quinta generazione. 

Il brand – maggior produttore europeo di tessuti per camicie – proprio perché è da sempre in prima linea nello studio di soluzioni innovative, nel 2019 ha inaugurato Albini Next, il «Think Tank» che promuove il cambiamento nel tessile,  fondato sull’evoluzione del know-how. E su partnership industriali e accademiche d’alto livello. Come ad esempio la collaborazione con l’azienda leader svizzera HeiQ, con cui sono nati i tessuti antivirus ViroFormula che, grazie a particolari trattamenti  annientano velocemente microbi e virus (tra cui, appunto, il Covid19). Alcuni particolari elementi chimico tessili sono stati utilizzati per distruggere il virus in pochi minuti attraverso la combinazione, in attesa di brevetto, di una tecnologia della vescicola grassa (liposomi), che distrugge i virus esaurendo la membrana virale nel suo contenuto di colesterolo.

Successivamente, gli stessi sono stati bloccati da un altro procedimento, a base d’argento che attiva reazioni antivirali ad alto spettro, attraendo i virus e legandosi permanentemente ai loro gruppi zolfo. 

Meccanismi complessi, invisibili sui tessuti antivirus realizzati in vari pesi, ideali per la produzione di camice, casacche, giacche e pantaloni, ma anche di mascherine e camici.

L’effetto del finissaggio sugli indumenti dura fino a 30 lavaggi. I prodotti utilizzati nel trattamento ViroFormula, testati per garantire la sicurezza delle persone, sono  dermatologicamente non irritanti, innocui per la pelle e per il corpo, oltre che sostenibili.

Credito d’imposta ricerca, sviluppo, innovazione e design

Credito di imposta

La misura del credito d’imposta si pone l’obiettivo di stimolare la spesa privata in Ricerca, Sviluppo e Innovazione tecnologica per sostenere la competitività delle imprese e per favorirne i processi di transizione digitale e nell’ambito dell’economia circolare e della sostenibilità ambientale

Quali vantaggi

Attività di ricerca fondamentale, ricerca industriale e sviluppo sperimentale in campo scientifico e tecnologico:

  • il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 12% delle spese agevolabili nel limite massimo di 3 milioni di euro.

Attività di innovazione tecnologica finalizzate alla realizzazione di prodotti o processi di produzione nuovi o sostanzialmente migliorati:

  • il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 6% delle spese agevolabili nel limite massimo di 1,5 milioni di euro
  • il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 10% delle spese agevolabili nel limite massimo di 1,5 milioni di euro in caso di attività di innovazione tecnologica finalizzate al raggiungimento di un obiettivo di transizione ecologica o di innovazione digitale 4.0.

Attività di design e ideazione estetica per la concezione e realizzazione dei nuovi prodotti e campionari nei settori tessile e della moda, calzaturiero, dell’occhialeria, orafo, del mobile e dell’arredo e della ceramica, e altri individuati con successivo decreto ministeriale:

  • il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 6% delle spese agevolabili nel limite massimo di 1,5 milioni di euro.

Il credito d’imposta è utilizzabile esclusivamente in compensazione in tre quote annuali di pari importo a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello di maturazione.

La base di calcolo del credito d’imposta deve essere assunta al netto delle altre sovvenzioni o dei contributi a qualunque titolo ricevuti per le stesse spese ammissibili.

Nel rispetto dei massimali indicati, e a condizione della separazione analitica dei progetti e delle spese ammissibili pertinenti alle diverse tipologie di attività, è possibile applicare il beneficio anche per più attività ammissibili nello stesso periodo d’imposta.

A chi si rivolge

Tutte le imprese residenti nel territorio dello Stato, incluse le stabili organizzazioni di soggetti non residenti, indipendentemente dalla natura giuridica, dal settore economico di appartenenza, dalla dimensione, dal regime contabile e dal sistema di determinazione del reddito ai fini fiscali.

Sono escluse le imprese in stato di liquidazione volontaria, fallimento, liquidazione coatta amministrativa, concordato preventivo senza continuità aziendale, altra procedura concorsuale. Sono inoltre escluse le imprese destinatarie di sanzioni interdittive ai sensi dell’articolo 9, comma 2, del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231.

La fruizione del beneficio spettante è subordinata alla condizione del rispetto delle normative sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e al corretto adempimento degli obblighi di versamento dei contributi previdenziali e assistenziali a favore dei lavoratori.

Come si accede

Il credito si applica alle spese in   sostenute nel periodo di imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2019.

Ai fini del riconoscimento del credito d’imposta, l’effettivo sostenimento delle spese ammissibili deve risultare da apposita certificazione rilasciata dal soggetto incaricato della revisione legale dei conti.

Per le imprese non obbligate per legge alla revisione legale dei conti, le spese sostenute per adempiere all’obbligo di certificazione sono riconosciute in aumento del credito d’imposta per un importo non superiore a 5.000 euro.

Le imprese, inoltre, sono tenute a redigere e conservare una relazione tecnica che illustri le finalità, i contenuti e i risultati delle attività ammissibili svolte.

Le imprese che intendono fruire dell’agevolazione sono tenute ad effettuare una comunicazione al Ministero dello sviluppo economico.

Il modello, il contenuto, le modalità e i termini di invio della comunicazione saranno stabiliti con apposito decreto direttoriale. La comunicazione è richiesta al solo fine di acquisire le informazioni necessarie per valutare l’andamento, la diffusione e l’efficacia delle misure agevolative.

Coronavirus, il maxicomputer del Cineca di Bologna al lavoro per un vaccino

marconi cineca

Buone notizie arrivano da Bologna: un maxicomputer è entrato in azione per scovare un vaccino per il Coronavirus

Si tratta del progetto a trazione italiana “Excalate4CoV”, messo in atto dal Cineca, il più importante centro di elaborazione tecnologica per la ricerca scientifica in Italia.

Il Cineca ha ottenuto, il 6 marzo scorso, un finanziamento europeo di tre milioni di euro.  La Commissaria dell’Innovazione della Ue Mariya Gabriel ha dichiarato nel comunicato stampa: “Grazie ai fondi di emergenza, i ricercatori sono in grado di attivarsi immediatamente per contrastare l’epidemia di coronavirus su varie fonti e trovarne il vaccino.

Vedere la comunità dei ricercatori attivarsi in modo così rapido ci dà nuove speranze di avvicinarci presto all’obiettivo di fermare la diffusione del virus grazie a un vaccino specifico”.

Il team che condurrà le ricerche è guidato dalla Dompé farmaceutici e incorpora 18 organizzazioni europee. Ne fanno parte anche l’Università di Milano, quella di Cagliari, la Federico II di Napoli, lo Spallanzani di Roma, l’Infn e l’associazione BigData. Il fulcro di Excalate4CoV è trovare un vaccino per il coronavirus sfruttando il programma di calcolo “più performante al mondo”, in grado di analizzare tre molecole in un solo secondo, partendo da un assortimento di 500 milioni di molecole.

Così facendo si conta di poter trattare l’infezione tra i soggetti contagiati e di riuscire a estrapolare un vaccino per debellare il coronavirus.

Le biotecnologie, unite alla sempre maggiore potenza di calcolo e all’avanzamento dell’intelligenza artificiale, potranno accelerare tutti i processi di ricerca.

La procedura in dettaglio

Il super computer sarà coadiuvato da altri sistemi intelligenti per la realizzazione e la successiva verifica degli esperimenti in laboratorio per la ricerca del vaccino contro il coronavirus.

Presupposto indispensabile è l’analisi dei geni relativi alla malattia.

A tal fine è prevista una suddivisione dei compiti: l’università di Cagliari agirà in campo biologico, la Federico II valuterà il migliore composto e lo rapporterà alle cure, lo Spallanzani si occuperà della fase di sperimentazione del possibile vaccino sugli esseri umani.

Una sorta di collaborazione sinergica per trovare una soluzione all’epidemia da Covid-19.

I costi del vaccino sono elevati

Il vaccino contro il nuovo coronavirus SarCov2 costa circa 900 milioni di dollari, secondo il Presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi che dichiara che se i costi sono alti dipende soprattutto dalla tempistica con cui si arriva a “disporre in sequenza” un virus.

“I costi derivano ovviamente dalle varie fasi di sperimentazione necessarie per la messa a punto del vaccino”, spiega il presidente e aggiunge che le varie fasi della procedura vanno dalla sperimentazione in vitro a quella sugli animali, fino ad arrivare ai test sull’essere umano. Al momento sono in corso di sperimentazione circa 30 vaccini per il nuovo coronavirus [VIDEO] a livello globale.

Link: Coronavirus; l’infezione tra i soggetti contagiati;  vaccini per il nuovo coronavirus [VIDEO]

Digital Innovation Hub e i Competence Center

digital innovation competence center
Nasce il network italiano dell’innovazione 4.0

I Digital Innovation Hub di Confindustria e gli otto Competence Center selezionati dal Ministero dello Sviluppo Economico, hanno siglato un’intesa che segna la nascita del “network italiano dell’innovazione 4.0”

L’accordo di collaborazione operativa tra questi soggetti si propone l’obiettivo di creare “sinergie per accelerare l’adozione di tecnologie digitali 4.0 nei processi produttivi, soprattutto in questa delicata fase di ripartenza del sistema produttivo”.

Con questa intesa la rete dei Competence Center e il network dei Digital Innovation Hub si impegnano a supportare le imprese nella trasformazione digitale dei prodotti, dei processi e delle filiere attraverso una collaborazione volta a valorizzare i rispettivi ruoli e competenze: la prossimità territoriale dei Digital Innovation Hub e la loro appartenenza a un network e le competenze, le specializzazioni tecnologiche e la ricchezza dei partenariati dei Competence Center.

Da un lato c’è l’esperienza maturata nel corso di questi ultimi anni dai Digital Innovation Hub che, con la loro diffusione capillare sul territorio, hanno incontrato 15.000 imprese in centinaia di incontri sul territorio e hanno svolto oltre 1.000 assessment per valutare la maturità digitale delle imprese

Dall’altro, gli otto Competence Center finanziati con oltre 80 milioni di euro dal Ministero dello Sviluppo Economico: Cim 4.0 di Torino, Made di Milano, Smact del Triveneto, Start 4.0 di Genova, Bi-Rex di Bologna, Artes 4.0 di Pisa, Cyber 4.0 di Roma, Meditech di Napoli.

Sono dei partenariati pubblico-privato intorno a cui ruotano le principali università e centri di ricerca del Paese, che si occupano di orientamento, formazione e sviluppo di progetti innovativi insieme alle imprese, soprattutto PMI.

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I punti dell’accordo

L’accordo definisce quindi i ruoli di tutti i soggetti nelle diverse aree di competenza e stabilisce anche che Competence Center e Digital Innovation Hub proporranno al governo una serie di “aggregazioni” che potranno poi essere presentate in Europa ai fini della partecipazione al Digital Europe Programme.

1) Chi fa cosa

Il primo punto disciplina chi fa cosa, soprattutto sull’area di sovrapposizione dei servizi di orientamento su cui sono competenti sia i Digital Innovation Hub che i Competence Center. L’accordo prevede che i Digital Innovation Hub si occupino dell’orientamento generale delle imprese sulle tecnologie abilitanti, mentre i Competence Center si occuperanno più in dettaglio dell’orientamento in relazione ai progetti di innovazione.

In dettaglio, si stabilisce che i Digital Innovation Hub “possono svolgere per i Competence Center sia attività di livello generale volte a sensibilizzare le imprese e a fornire una formazione di base sulle tecnologie 4.0 sia attività specifiche volte a individuare le imprese potenzialmente interessate a incontrare e avvalersi delle competenze dei CC”.

Dal canto loro i CC, avendo competenze tecnologiche elevate e disponendo di luoghi fisici dove approfondire la conoscenza e sperimentare le tecnologie, metteranno a disposizione delle imprese accompagnate dai Digital Innovation Hub:

  • Dimostrazioni e attività di orientamento anche attraverso la realizzazione e la gestione di laboratori e dimostratori per i vari ambiti di interesse delle imprese
  • Attività di Proof of Concept (PoC).
  • Scouting tecnologico a supporto dei progetti di interesse delle aziende
  • Progetti di implementazione di Ricerca Industriale, sviluppo sperimentale, prototipazione e testing.
  • Formazione
  • Servizi di consulenza e con verifica di progetti di implementazione e supporto alla scelta di tecnologie.
  • Affiancamento periodico e continuativo alle imprese per l’analisi di fabbisogni, opportunità e opzioni tecnologiche
 2) Collaborazione sul territorio

Quanto al secondo punto, si sancisce il coinvolgimento di tutti i Digital Innovation Hub di Confindustria nelle attività dei Competence Center su base regionale e il ruolo dei Competence Center su tutto il territorio nazionale, stabilendo che “potranno essere realizzati accordi e convenzioni sia tra singoli Competence Center e singoli Digital Innovation Hub sia tra singoli Competence Center e “aggregazioni” di Digital Innovation Hub accumunati dall’interesse per specifici ambiti tecnologici”.

3) Partecipazione al Digital Europe Programme

Il terzo punto su cui verte l’accordo è il tema degli European Digital Innovation Hub. Il Ministero dello Sviluppo Economico è chiamato a segnalare all’Europa i soggetti italiani titolati a partecipare, come European Digital Innovation Hub, ai bandi previsti dal Digital Europe Programme per il periodo 2021-2028. Questi bandi saranno lo strumento con cui la Commissione Europea distribuirà risorse (diversi miliardi di euro) finalizzate a promuovere l’innovazione digitale delle imprese.LINK: https://it.finance.yahoo.com/notizie/confindustria-operativo-il-network-italiano-dellinnovazione-4-0-

Solvay 2020 Chemistry for the Future

Carolyn Bertozzi

Carolyn Bertozzi, professore di chimica presso la Stanford University, in California, ha ricevuto il prestigioso premio Solvay “Chimica per il futuro”, che alcuni membri della comunità scientifica considerano una sorta di “pre-Nobel”.

Ha preso gli onori per il suo lavoro sulle reazioni chimiche nelle cellule viventi. Le sue scoperte potrebbero consentire importanti progressi nel trattamento di numerose malattie, incluso il cancro.

Il premio Solvay Chemistry for the Future viene assegnato ogni due anni per onorare risultati eccezionali nella scienza fondamentale, ma va ben oltre. Fedele all’eredità del fondatore dell’azienda, Ernest Solvay, un uomo pienamente impegnato e persino appassionato di ricerca scientifica, il premio è stato creato per riconoscere le principali scoperte che servono al progresso della chimica e al progresso umano.

In effetti, “dalla scienza deriverà il progresso dell’umanità”, ha detto Ernest Solvay, che ha creato notoriamente le Conferenze Solvay per la semplice gioia di riunire le più brillanti menti scientifiche dell’inizio del XX secolo nella stessa stanza. A seguito della stessa dedizione all’impatto della ricerca fondamentale, il premio Solvay per la chimica per il futuro premia i ricercatori le cui scoperte contribuiscono alle scoperte nel progresso della scienza, indipendentemente dalle attività commerciali del gruppo Solvay.

Rafforza quindi anche il desiderio del Gruppo di rimanere aperto al mondo esterno, di legare le persone di Solvay e, in questo caso, il mondo accademico e la ricerca scientifica fondamentale. Solvay è fortemente convinto di mantenere la propria reputazione di partner rispettato e affidabile nel mondo della ricerca scientifica, uno che si prende cura del ruolo essenziale della chimica per risolvere le principali sfide del mondo e quindi non essere il tipo di azienda che ne limita la portata e gli interessi esclusivamente alle sue attività come gruppo chimico.

“Questo premio rende omaggio agli inventori, ai ricercatori fondamentali, alle persone che stanno ripensando i meccanismi e le dinamiche”, afferma Ilham Kadri, CEO di Solvay nella foto sotto. “Avere quel pensiero fondamentale su come reinventare la chimica al servizio dell’umanità è sicuramente importante per Solvay.”

Ecco per chi corre il rischio … Creato nel 2013, anno del 150 ° anniversario della fondazione di Solvay, il premio Solvay Chemistry for the Future arriva con una menzione di € 300.000. Il vincitore del premio è selezionato da una giuria indipendente di sei rinomati scienziati, tra cui un premio Nobel. “Se premi qualcuno che ha lavorato molto duramente, che sta provando qualcosa di nuovo, stai ricompensando un rischioso”, afferma Jean-Marie Solvay, presidente dell’International Solvay Institutes for Physics and Chemistry, sul tipo di ricercatori questo premio mira a onorare.

Cura Italia, l’appello del Governo al mondo della tecnologia e della ricerca

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Con l’iniziativa “Innova per l’Italia” il Governo chiede ad aziende, università, enti e centri di ricerca di fornire un contributo, attraverso le proprie tecnologie, per realizzare dispositivi per la prevenzione, la diagnostica e il monitoraggio per il contenimento e il contrasto del diffondersi del coronavirus

Il progetto è un’iniziativa congiunta del Ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione Paola Pisano, del Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli e del Ministro dell’Università e della Ricerca Gaetano Manfredi, insieme a Invitalia e a sostegno della struttura del Commissario straordinario per l’emergenza Coronavirus Domenico Arcuri.

La tecnologia e l’innovazione in tutte le sue forme, attraverso processi, prodotti e soluzioni, può contribuire significativamente a rispondere all’emergenza, come si legge nella pagina di presentazione dell’iniziativa.

L’innovazione tecnologica può essere la leva per rispondere velocemente a una situazione di crisi che ha un impatto drammatico sull’Italia.

L’iniziativa invita aziende, università, enti e centri di ricerca pubblici e privati, associazioni, cooperative, consorzi, fondazioni e istituti a proporre il loro contributo in tre ambiti:

  1. Il reperimento, l’innovazione o la riconversione industriale delle proprie tecnologie e processi, per accrescere la disponibilità di:
    • dispositivi di protezione individuale, in particolare mascherine chirurgiche, mascherine FFP2/N95 con e senza filtro, mascherine FFP3/N99 conforme con Dir. 93/42 CEE, direttiva europea 89/686, e EN149:2001+A1:2009 o equivalenti;
    • produzione dei sistemi complessi dei respiratori per il trattamento delle sindromi respiratorie, inclusi tutti gli elementi che compongono il sistema complesso in cui i respiratori si inseriscono (valvole, display, …).
  2. Il reperimento di kit o tecnologie innovative che facilitino la diagnosi del Covid-19 in termini di:
    • tamponi e elementi accessori;
    • strumenti per la diagnosi facilitata e veloce, nel rispetto degli standard di affidabilità richiesta.
  3. Disponibilità di tecnologie e strumenti che, nel rispetto della normativa vigente, consentano o facilitino il monitoraggio, la prevenzione e il controllo del Covid-19 e l’elaborazione di nuove politiche e misure di governance sociale, in termini di:
    • tecnologie e strumenti per il monitoraggio, la localizzazione e la gestione dell’emergenza;
    • tecnologie innovative per la prevenzione e il controllo della diffusione del Covid-19 nelle sue diverse forme.

Per alcune tipologie di proposte, potrebbe essere richiesta la certificazione di attività e produzioni da parte di Università ed Enti di Ricerca i cui nominativi saranno inclusi in un elenco che sarà successivamente condiviso per dare supporto alle aziende rispondenti.

In particolare, per i punti 1 e 2 , in relazione al prevalente impatto sulla produzione industriale, le Università, gli Enti e Centri di Ricerca, per la loro rilevante funzione sociale, scientifica, tecnologica e di supporto territoriale, potranno supportare le attività di attestazione dei requisiti dei prodotti sviluppati dalla aziende.

Come partecipare

Saranno considerati solo i servizi e interventi che rispondano ai seguenti criteri:

  • I proponenti siano aziende (startup, PMI, grandi imprese), enti e centri di ricerca pubblici e privati, associazioni (che possono interagire con associati in grado di rispondere a queste esigenze), cooperative, consorzi, fondazioni e istituti, quindi non singole persone o professionisti.
  • Siano concrete proposte realizzabili in tempi compatibili con l’emergenza, pur senza alcun impegno od obbligo.
  • Possano mettere a disposizione, autocertificandosi, una componente significativa in termini di capacità produttiva e volumi per l’impiego sul territorio nazionale o a livello regionale in tempi brevi.
  • Sia esplicitato a quale ambito si desideri aderire tra quelle rientranti nelle categorie proposte nel form.
  • La proposta sia corredata da opportune informazioni che consentano di valutare in tempi rapidi l’effettiva applicabilità.
  • Siano indicati i tempi, le modalità e le possibili quantità per la realizzazione della proposta.
  • Siano validi per tutto il territorio nazionale o per una o più regioni.
  • La descrizione dell’intervento non sia redatta in tono promozionale.
  • Preferibilmente, sia previsto un “canale” specifico dedicato all’iniziativa per l’emergenza coronavirus, che includa il top management dell’azienda o Ente.

Tutte le aziende, le associazioni, le Università, gli Enti di ricerca e gli Istituti hanno la possibilità di aderire compilando il form dedicato pubblicato sul sito del Ministero. Le proposte verranno valutate dalla struttura del Commissario Straordinario, che deciderà se attivarsi per i passi successivi mettendosi in contatto con i soggetti proponenti. Un processo da affrontare in conformità alle evidenze scientifiche e alle necessità di certificazione nel rispetto degli standard necessari e delle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

FNCF: il pericolo delle radiazioni ionizzanti, prevenzione e protezione della salute pubblica

Lo scorso 4 marzo, la Federazione Nazionale degli Ordini dei Chimici e dei Fisici (FNCF) è stata udita dalla Commissione Affari Sociali per l’esame dello schema del decreto legislativo sull’attuazione della direttiva 2013/59/Euratom.

Si tratta della disposizione che stabilisce le norme fondamentali di sicurezza relative alla protezione contro i pericoli derivanti dall’esposizione alle radiazioni ionizzanti.

 A rappresentare chimici e fisici italiani davanti alla Commissione, la Dott.ssa Chim. Nausicaa Orlandi, Presidente della Federazione, che ha ricordato come questa categoria di professionisti sia, per estrazione storica, per formazione, conoscenza e competenza, operativa da tempo nell’ambito delle radiazioni e della radioprotezione.

Chimici e fisici sono infatti direttamente coinvolti nello studio, valutazione e gestione di elementi chimici, materie/materiali e sorgenti radioattive, radionuclidi naturali, radiochimica, impiego di radiazioni ionizzanti, gestione dei rifiuti, impianti e centrali nucleari, radioprotezione e valutazione dell’esposizione dei lavoratori a sorgenti radioattive, gestione delle emergenze e bonifiche di siti, esposizioni mediche in generale ed esposizione con metodiche per immagini a scopo non medico.

I punti critici secondo la FNCF

In riferimento al decreto legislativo, il Presidente Orlandi ha infatti espresso il proprio apprezzamento per il lavoro svolto finora per il recepimento della Direttiva Euratom, ma ha anche evidenziato alcune criticità emerse in ambito di competenze e aspetti professionali. Nello specifico, i punti sui quali la FNCF ha formulato una proposta di modifica sono in sintesi i seguenti.

  • Art. 15 – Esperti in interventi di risanamento Radon – comma 1. Allegato II – Sezione I – Esposizione al Radon.

Tra i requisiti minimi che l’esperto in interventi di risanamento da radon deve possedere, è necessario affiancare alle abilitazioni all’esercizio delle professioni di architetto, geometra e ingegnere, anche le abilitazioni all’esercizio delle professioni sanitarie di chimico e fisico poiché questi professionisti hanno la formazione e le competenze necessarie per dare una mappatura del rischio correlato alla presenza di gas radon, oltre che per valutare il rischio e mettere in atto idonee misure di prevenzione e protezione per la salute nei luoghi di vita e di lavoro e della tutela dell’ambiente. I Chimici e i Fisici sono in grado di porre in essere ogni approfondita attività professionale che risulti strumentale rispetto al rilevamento della presenza di radon, alle sue correlazioni e alla sua provenienza, oltre poter rendere attività di successiva bonifica in caso di accertata presenza.

  • Art. 17 – Obblighi dell’esercente – comma 6

Ai fini della tutela della salute pubblica, per le attività di misura della concentrazione media annua di attività di radon in aria, è fondamentale che l’esercente si avvalga di professionisti sanitari esperti in radioprotezione con l’ausilio di servizi esterni di dosimetria.

In questo modo si garantisce una corretta valutazione e misurazione della concentrazione media annua di attività di radon in aria, certificata da un professionista sanitario competente, che è sottoposto anche a norme etiche e deontologiche proprie della professione, in grado di coordinare i servizi esterni di dosimetria.

  • Art. 163 – Attrezzature Medico Radiologiche – Comma 11.

Nella seconda parte del comma 11 viene concesso a qualunque professionista tecnico o sanitario di effettuare attività propria di professionisti sanitari. La FNCF ritiene che il legislatore al fine di tutelare la salute del paziente e dell’operatore debba garantire che tali attività possano essere svolte esclusivamente da esperti di radioprotezione che siano professionisti sanitari, tra cui chimici e fisici iscritti all’albo unico.  Tale proposta di modifica va incontro al legislatore garantendo la possibilità di gestire con efficienza ed efficacia l’elevato numero di attrezzature mediante i numerosi professionisti sanitari esperti in radioprotezione, iscritti all’albo di riferimento, e tutelando contestualmente i pazienti mediante attribuzione delle relative funzioni a tale estesa platea di soggetti.

  • Art. 7 – Definizioni – Figura dello specialista in fisica medica e Art. 129.  – Abilitazione degli esperti di radioprotezione: elenco nominativo.

In relazione al ruolo dello specialista in fisica medica ai fini della salute, in qualità di professionista sanitario, e all’abilitazione dell’“esperto di radioprotezione”, la Federazione ritiene fondamentale ed imprescindibile che lo specialista in fisica medica e l’esperto in radioprotezione siano figure iscritte all’albo professionale, ed in particolare per i Chimici e Fisici come previsto dalla Legge n. 3 del 11 gennaio 2018 e dal Decreto del Ministero della Salute 23 marzo 2018, pubblicato in G.U. 5 giugno 2018. La previsione dell’iscrizione all’albo professionale deve essere compresa tra i requisiti minimi che lo specialista in fisica medica e l’esperto in radioprotezione devono possedere per la tutela della salute, della sicurezza e della incolumità pubblica.

Nanocellulosa, la nuova frontiera del packaging

Quando i materiali cellulosici vengono utilizzati per la produzione di packaging, i fenomeni di adsorbimento e desorbimento dell’acqua durante la vita commerciale del prodotto svolgono un ruolo molto importante

Sono capaci infatti d’influire sulle caratteristiche prestazionali di base, come le proprietà meccaniche e la permeabilità ai gas e al vapore acqueo.

Questi effetti sono stati spesso trascurati in passato, dal momento che la maggior parte dei materiali cellulosici utilizzati nella produzione di carta e cartone non necessita di proprietà barriera particolarmente elevate.

Un impiego più ampio dei materiali cellulosici in alternativa ai polimeri da fonti fossili nelle applicazioni di packaging alimentare, è spesso limitato proprio dalle scarse prestazioni di questi materiali in termini di proprietà barriera.

Ultimamente, con il diffondersi dei film in cellulosa rigenerata e delle bioplastiche, queste proprietà hanno iniziato a essere richieste. 

Sono state quindi sviluppate speciali tecnologie di rivestimento in grado di coprire e proteggere le superfici cellulosiche con vernici a base di copolimeri acrilici e PVDC. Oggi, la produzione di nanocristalli di cellulosa e di cellulosa micro e nanofibrillata rende la sensibilità all’umidità e la perdita delle proprietà barriera problematiche di primaria importanza.

Diversi studi hanno dimostrato le elevate proprietà barriera ai gas conferite dall’impiego di nanocristalli di cellulosa (CNC) e nanofibre di cellulosa (CNF), sia come rivestimenti applicati ai tradizionali film plastici, sia come cariche aggiunte ai normali polimeri.

In effetti, l’umidità può rivelarsi estremamente deleteria per le proprietà barriera ai gas dei film rivestiti con CNC.

In linea di massima, i polimeri sintetici e i biopolimeri caratterizzati da un comportamento idrofilo e da una polarità elevata presentano una bassa permeabilità a ossigeno e gas, se asciutti, ma perdono tali proprietà quando le molecole d’acqua plastificano e gonfiano la loro struttura originaria.

Questi comportamenti sono ben noti e ampiamente studiati per poliammidi, poliesteri, alcoli polivinilici e biopolimeri, mentre le conoscenze sono più limitate sugli effetti dell’umidità e le proprietà barriera ai gas dei CNC, quando questi vengono utilizzati come rivestimento da applicare sui tradizionali film plastici destinati ad applicazioni di packaging alimentare.

L’obiettivo della ricerca condotta da alcuni ricercatori del Dipartimento di Chimica dell’Università degli Studi di Milano è proprio quello di approfondire questo aspetto.

L’approccio multidisciplinare adottato per comprendere l’interazione tra acqua e nanocristalli di cellulosa ha generato uno scenario complesso, che ha condotto a un’unica conclusione: è fondamentale conservare le proprietà barriera ai gas offerte dai CNC limitando il più possibile l’adsorbimento di umidità. Nel caso di applicazioni pratiche quali i materiali per packaging alimentare, la presenza di uno strato polimerico idrofobo e sigillabile a protezione del rivestimento di CNC appare essenziale.