Digital Innovation Hub e i Competence Center

digital innovation competence center
Nasce il network italiano dell’innovazione 4.0

I Digital Innovation Hub di Confindustria e gli otto Competence Center selezionati dal Ministero dello Sviluppo Economico, hanno siglato un’intesa che segna la nascita del “network italiano dell’innovazione 4.0”

L’accordo di collaborazione operativa tra questi soggetti si propone l’obiettivo di creare “sinergie per accelerare l’adozione di tecnologie digitali 4.0 nei processi produttivi, soprattutto in questa delicata fase di ripartenza del sistema produttivo”.

Con questa intesa la rete dei Competence Center e il network dei Digital Innovation Hub si impegnano a supportare le imprese nella trasformazione digitale dei prodotti, dei processi e delle filiere attraverso una collaborazione volta a valorizzare i rispettivi ruoli e competenze: la prossimità territoriale dei Digital Innovation Hub e la loro appartenenza a un network e le competenze, le specializzazioni tecnologiche e la ricchezza dei partenariati dei Competence Center.

Da un lato c’è l’esperienza maturata nel corso di questi ultimi anni dai Digital Innovation Hub che, con la loro diffusione capillare sul territorio, hanno incontrato 15.000 imprese in centinaia di incontri sul territorio e hanno svolto oltre 1.000 assessment per valutare la maturità digitale delle imprese

Dall’altro, gli otto Competence Center finanziati con oltre 80 milioni di euro dal Ministero dello Sviluppo Economico: Cim 4.0 di Torino, Made di Milano, Smact del Triveneto, Start 4.0 di Genova, Bi-Rex di Bologna, Artes 4.0 di Pisa, Cyber 4.0 di Roma, Meditech di Napoli.

Sono dei partenariati pubblico-privato intorno a cui ruotano le principali università e centri di ricerca del Paese, che si occupano di orientamento, formazione e sviluppo di progetti innovativi insieme alle imprese, soprattutto PMI.

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I punti dell’accordo

L’accordo definisce quindi i ruoli di tutti i soggetti nelle diverse aree di competenza e stabilisce anche che Competence Center e Digital Innovation Hub proporranno al governo una serie di “aggregazioni” che potranno poi essere presentate in Europa ai fini della partecipazione al Digital Europe Programme.

1) Chi fa cosa

Il primo punto disciplina chi fa cosa, soprattutto sull’area di sovrapposizione dei servizi di orientamento su cui sono competenti sia i Digital Innovation Hub che i Competence Center. L’accordo prevede che i Digital Innovation Hub si occupino dell’orientamento generale delle imprese sulle tecnologie abilitanti, mentre i Competence Center si occuperanno più in dettaglio dell’orientamento in relazione ai progetti di innovazione.

In dettaglio, si stabilisce che i Digital Innovation Hub “possono svolgere per i Competence Center sia attività di livello generale volte a sensibilizzare le imprese e a fornire una formazione di base sulle tecnologie 4.0 sia attività specifiche volte a individuare le imprese potenzialmente interessate a incontrare e avvalersi delle competenze dei CC”.

Dal canto loro i CC, avendo competenze tecnologiche elevate e disponendo di luoghi fisici dove approfondire la conoscenza e sperimentare le tecnologie, metteranno a disposizione delle imprese accompagnate dai Digital Innovation Hub:

  • Dimostrazioni e attività di orientamento anche attraverso la realizzazione e la gestione di laboratori e dimostratori per i vari ambiti di interesse delle imprese
  • Attività di Proof of Concept (PoC).
  • Scouting tecnologico a supporto dei progetti di interesse delle aziende
  • Progetti di implementazione di Ricerca Industriale, sviluppo sperimentale, prototipazione e testing.
  • Formazione
  • Servizi di consulenza e con verifica di progetti di implementazione e supporto alla scelta di tecnologie.
  • Affiancamento periodico e continuativo alle imprese per l’analisi di fabbisogni, opportunità e opzioni tecnologiche
 2) Collaborazione sul territorio

Quanto al secondo punto, si sancisce il coinvolgimento di tutti i Digital Innovation Hub di Confindustria nelle attività dei Competence Center su base regionale e il ruolo dei Competence Center su tutto il territorio nazionale, stabilendo che “potranno essere realizzati accordi e convenzioni sia tra singoli Competence Center e singoli Digital Innovation Hub sia tra singoli Competence Center e “aggregazioni” di Digital Innovation Hub accumunati dall’interesse per specifici ambiti tecnologici”.

3) Partecipazione al Digital Europe Programme

Il terzo punto su cui verte l’accordo è il tema degli European Digital Innovation Hub. Il Ministero dello Sviluppo Economico è chiamato a segnalare all’Europa i soggetti italiani titolati a partecipare, come European Digital Innovation Hub, ai bandi previsti dal Digital Europe Programme per il periodo 2021-2028. Questi bandi saranno lo strumento con cui la Commissione Europea distribuirà risorse (diversi miliardi di euro) finalizzate a promuovere l’innovazione digitale delle imprese.LINK: https://it.finance.yahoo.com/notizie/confindustria-operativo-il-network-italiano-dellinnovazione-4-0-

Solvay 2020 Chemistry for the Future

Carolyn Bertozzi

Carolyn Bertozzi, professore di chimica presso la Stanford University, in California, ha ricevuto il prestigioso premio Solvay “Chimica per il futuro”, che alcuni membri della comunità scientifica considerano una sorta di “pre-Nobel”.

Ha preso gli onori per il suo lavoro sulle reazioni chimiche nelle cellule viventi. Le sue scoperte potrebbero consentire importanti progressi nel trattamento di numerose malattie, incluso il cancro.

Il premio Solvay Chemistry for the Future viene assegnato ogni due anni per onorare risultati eccezionali nella scienza fondamentale, ma va ben oltre. Fedele all’eredità del fondatore dell’azienda, Ernest Solvay, un uomo pienamente impegnato e persino appassionato di ricerca scientifica, il premio è stato creato per riconoscere le principali scoperte che servono al progresso della chimica e al progresso umano.

In effetti, “dalla scienza deriverà il progresso dell’umanità”, ha detto Ernest Solvay, che ha creato notoriamente le Conferenze Solvay per la semplice gioia di riunire le più brillanti menti scientifiche dell’inizio del XX secolo nella stessa stanza. A seguito della stessa dedizione all’impatto della ricerca fondamentale, il premio Solvay per la chimica per il futuro premia i ricercatori le cui scoperte contribuiscono alle scoperte nel progresso della scienza, indipendentemente dalle attività commerciali del gruppo Solvay.

Rafforza quindi anche il desiderio del Gruppo di rimanere aperto al mondo esterno, di legare le persone di Solvay e, in questo caso, il mondo accademico e la ricerca scientifica fondamentale. Solvay è fortemente convinto di mantenere la propria reputazione di partner rispettato e affidabile nel mondo della ricerca scientifica, uno che si prende cura del ruolo essenziale della chimica per risolvere le principali sfide del mondo e quindi non essere il tipo di azienda che ne limita la portata e gli interessi esclusivamente alle sue attività come gruppo chimico.

“Questo premio rende omaggio agli inventori, ai ricercatori fondamentali, alle persone che stanno ripensando i meccanismi e le dinamiche”, afferma Ilham Kadri, CEO di Solvay nella foto sotto. “Avere quel pensiero fondamentale su come reinventare la chimica al servizio dell’umanità è sicuramente importante per Solvay.”

Ecco per chi corre il rischio … Creato nel 2013, anno del 150 ° anniversario della fondazione di Solvay, il premio Solvay Chemistry for the Future arriva con una menzione di € 300.000. Il vincitore del premio è selezionato da una giuria indipendente di sei rinomati scienziati, tra cui un premio Nobel. “Se premi qualcuno che ha lavorato molto duramente, che sta provando qualcosa di nuovo, stai ricompensando un rischioso”, afferma Jean-Marie Solvay, presidente dell’International Solvay Institutes for Physics and Chemistry, sul tipo di ricercatori questo premio mira a onorare.

Cura Italia, l’appello del Governo al mondo della tecnologia e della ricerca

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Con l’iniziativa “Innova per l’Italia” il Governo chiede ad aziende, università, enti e centri di ricerca di fornire un contributo, attraverso le proprie tecnologie, per realizzare dispositivi per la prevenzione, la diagnostica e il monitoraggio per il contenimento e il contrasto del diffondersi del coronavirus

Il progetto è un’iniziativa congiunta del Ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione Paola Pisano, del Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli e del Ministro dell’Università e della Ricerca Gaetano Manfredi, insieme a Invitalia e a sostegno della struttura del Commissario straordinario per l’emergenza Coronavirus Domenico Arcuri.

La tecnologia e l’innovazione in tutte le sue forme, attraverso processi, prodotti e soluzioni, può contribuire significativamente a rispondere all’emergenza, come si legge nella pagina di presentazione dell’iniziativa.

L’innovazione tecnologica può essere la leva per rispondere velocemente a una situazione di crisi che ha un impatto drammatico sull’Italia.

L’iniziativa invita aziende, università, enti e centri di ricerca pubblici e privati, associazioni, cooperative, consorzi, fondazioni e istituti a proporre il loro contributo in tre ambiti:

  1. Il reperimento, l’innovazione o la riconversione industriale delle proprie tecnologie e processi, per accrescere la disponibilità di:
    • dispositivi di protezione individuale, in particolare mascherine chirurgiche, mascherine FFP2/N95 con e senza filtro, mascherine FFP3/N99 conforme con Dir. 93/42 CEE, direttiva europea 89/686, e EN149:2001+A1:2009 o equivalenti;
    • produzione dei sistemi complessi dei respiratori per il trattamento delle sindromi respiratorie, inclusi tutti gli elementi che compongono il sistema complesso in cui i respiratori si inseriscono (valvole, display, …).
  2. Il reperimento di kit o tecnologie innovative che facilitino la diagnosi del Covid-19 in termini di:
    • tamponi e elementi accessori;
    • strumenti per la diagnosi facilitata e veloce, nel rispetto degli standard di affidabilità richiesta.
  3. Disponibilità di tecnologie e strumenti che, nel rispetto della normativa vigente, consentano o facilitino il monitoraggio, la prevenzione e il controllo del Covid-19 e l’elaborazione di nuove politiche e misure di governance sociale, in termini di:
    • tecnologie e strumenti per il monitoraggio, la localizzazione e la gestione dell’emergenza;
    • tecnologie innovative per la prevenzione e il controllo della diffusione del Covid-19 nelle sue diverse forme.

Per alcune tipologie di proposte, potrebbe essere richiesta la certificazione di attività e produzioni da parte di Università ed Enti di Ricerca i cui nominativi saranno inclusi in un elenco che sarà successivamente condiviso per dare supporto alle aziende rispondenti.

In particolare, per i punti 1 e 2 , in relazione al prevalente impatto sulla produzione industriale, le Università, gli Enti e Centri di Ricerca, per la loro rilevante funzione sociale, scientifica, tecnologica e di supporto territoriale, potranno supportare le attività di attestazione dei requisiti dei prodotti sviluppati dalla aziende.

Come partecipare

Saranno considerati solo i servizi e interventi che rispondano ai seguenti criteri:

  • I proponenti siano aziende (startup, PMI, grandi imprese), enti e centri di ricerca pubblici e privati, associazioni (che possono interagire con associati in grado di rispondere a queste esigenze), cooperative, consorzi, fondazioni e istituti, quindi non singole persone o professionisti.
  • Siano concrete proposte realizzabili in tempi compatibili con l’emergenza, pur senza alcun impegno od obbligo.
  • Possano mettere a disposizione, autocertificandosi, una componente significativa in termini di capacità produttiva e volumi per l’impiego sul territorio nazionale o a livello regionale in tempi brevi.
  • Sia esplicitato a quale ambito si desideri aderire tra quelle rientranti nelle categorie proposte nel form.
  • La proposta sia corredata da opportune informazioni che consentano di valutare in tempi rapidi l’effettiva applicabilità.
  • Siano indicati i tempi, le modalità e le possibili quantità per la realizzazione della proposta.
  • Siano validi per tutto il territorio nazionale o per una o più regioni.
  • La descrizione dell’intervento non sia redatta in tono promozionale.
  • Preferibilmente, sia previsto un “canale” specifico dedicato all’iniziativa per l’emergenza coronavirus, che includa il top management dell’azienda o Ente.

Tutte le aziende, le associazioni, le Università, gli Enti di ricerca e gli Istituti hanno la possibilità di aderire compilando il form dedicato pubblicato sul sito del Ministero. Le proposte verranno valutate dalla struttura del Commissario Straordinario, che deciderà se attivarsi per i passi successivi mettendosi in contatto con i soggetti proponenti. Un processo da affrontare in conformità alle evidenze scientifiche e alle necessità di certificazione nel rispetto degli standard necessari e delle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

FNCF: il pericolo delle radiazioni ionizzanti, prevenzione e protezione della salute pubblica

Lo scorso 4 marzo, la Federazione Nazionale degli Ordini dei Chimici e dei Fisici (FNCF) è stata udita dalla Commissione Affari Sociali per l’esame dello schema del decreto legislativo sull’attuazione della direttiva 2013/59/Euratom.

Si tratta della disposizione che stabilisce le norme fondamentali di sicurezza relative alla protezione contro i pericoli derivanti dall’esposizione alle radiazioni ionizzanti.

 A rappresentare chimici e fisici italiani davanti alla Commissione, la Dott.ssa Chim. Nausicaa Orlandi, Presidente della Federazione, che ha ricordato come questa categoria di professionisti sia, per estrazione storica, per formazione, conoscenza e competenza, operativa da tempo nell’ambito delle radiazioni e della radioprotezione.

Chimici e fisici sono infatti direttamente coinvolti nello studio, valutazione e gestione di elementi chimici, materie/materiali e sorgenti radioattive, radionuclidi naturali, radiochimica, impiego di radiazioni ionizzanti, gestione dei rifiuti, impianti e centrali nucleari, radioprotezione e valutazione dell’esposizione dei lavoratori a sorgenti radioattive, gestione delle emergenze e bonifiche di siti, esposizioni mediche in generale ed esposizione con metodiche per immagini a scopo non medico.

I punti critici secondo la FNCF

In riferimento al decreto legislativo, il Presidente Orlandi ha infatti espresso il proprio apprezzamento per il lavoro svolto finora per il recepimento della Direttiva Euratom, ma ha anche evidenziato alcune criticità emerse in ambito di competenze e aspetti professionali. Nello specifico, i punti sui quali la FNCF ha formulato una proposta di modifica sono in sintesi i seguenti.

  • Art. 15 – Esperti in interventi di risanamento Radon – comma 1. Allegato II – Sezione I – Esposizione al Radon.

Tra i requisiti minimi che l’esperto in interventi di risanamento da radon deve possedere, è necessario affiancare alle abilitazioni all’esercizio delle professioni di architetto, geometra e ingegnere, anche le abilitazioni all’esercizio delle professioni sanitarie di chimico e fisico poiché questi professionisti hanno la formazione e le competenze necessarie per dare una mappatura del rischio correlato alla presenza di gas radon, oltre che per valutare il rischio e mettere in atto idonee misure di prevenzione e protezione per la salute nei luoghi di vita e di lavoro e della tutela dell’ambiente. I Chimici e i Fisici sono in grado di porre in essere ogni approfondita attività professionale che risulti strumentale rispetto al rilevamento della presenza di radon, alle sue correlazioni e alla sua provenienza, oltre poter rendere attività di successiva bonifica in caso di accertata presenza.

  • Art. 17 – Obblighi dell’esercente – comma 6

Ai fini della tutela della salute pubblica, per le attività di misura della concentrazione media annua di attività di radon in aria, è fondamentale che l’esercente si avvalga di professionisti sanitari esperti in radioprotezione con l’ausilio di servizi esterni di dosimetria.

In questo modo si garantisce una corretta valutazione e misurazione della concentrazione media annua di attività di radon in aria, certificata da un professionista sanitario competente, che è sottoposto anche a norme etiche e deontologiche proprie della professione, in grado di coordinare i servizi esterni di dosimetria.

  • Art. 163 – Attrezzature Medico Radiologiche – Comma 11.

Nella seconda parte del comma 11 viene concesso a qualunque professionista tecnico o sanitario di effettuare attività propria di professionisti sanitari. La FNCF ritiene che il legislatore al fine di tutelare la salute del paziente e dell’operatore debba garantire che tali attività possano essere svolte esclusivamente da esperti di radioprotezione che siano professionisti sanitari, tra cui chimici e fisici iscritti all’albo unico.  Tale proposta di modifica va incontro al legislatore garantendo la possibilità di gestire con efficienza ed efficacia l’elevato numero di attrezzature mediante i numerosi professionisti sanitari esperti in radioprotezione, iscritti all’albo di riferimento, e tutelando contestualmente i pazienti mediante attribuzione delle relative funzioni a tale estesa platea di soggetti.

  • Art. 7 – Definizioni – Figura dello specialista in fisica medica e Art. 129.  – Abilitazione degli esperti di radioprotezione: elenco nominativo.

In relazione al ruolo dello specialista in fisica medica ai fini della salute, in qualità di professionista sanitario, e all’abilitazione dell’“esperto di radioprotezione”, la Federazione ritiene fondamentale ed imprescindibile che lo specialista in fisica medica e l’esperto in radioprotezione siano figure iscritte all’albo professionale, ed in particolare per i Chimici e Fisici come previsto dalla Legge n. 3 del 11 gennaio 2018 e dal Decreto del Ministero della Salute 23 marzo 2018, pubblicato in G.U. 5 giugno 2018. La previsione dell’iscrizione all’albo professionale deve essere compresa tra i requisiti minimi che lo specialista in fisica medica e l’esperto in radioprotezione devono possedere per la tutela della salute, della sicurezza e della incolumità pubblica.

Nanocellulosa, la nuova frontiera del packaging

Quando i materiali cellulosici vengono utilizzati per la produzione di packaging, i fenomeni di adsorbimento e desorbimento dell’acqua durante la vita commerciale del prodotto svolgono un ruolo molto importante

Sono capaci infatti d’influire sulle caratteristiche prestazionali di base, come le proprietà meccaniche e la permeabilità ai gas e al vapore acqueo.

Questi effetti sono stati spesso trascurati in passato, dal momento che la maggior parte dei materiali cellulosici utilizzati nella produzione di carta e cartone non necessita di proprietà barriera particolarmente elevate.

Un impiego più ampio dei materiali cellulosici in alternativa ai polimeri da fonti fossili nelle applicazioni di packaging alimentare, è spesso limitato proprio dalle scarse prestazioni di questi materiali in termini di proprietà barriera.

Ultimamente, con il diffondersi dei film in cellulosa rigenerata e delle bioplastiche, queste proprietà hanno iniziato a essere richieste. 

Sono state quindi sviluppate speciali tecnologie di rivestimento in grado di coprire e proteggere le superfici cellulosiche con vernici a base di copolimeri acrilici e PVDC. Oggi, la produzione di nanocristalli di cellulosa e di cellulosa micro e nanofibrillata rende la sensibilità all’umidità e la perdita delle proprietà barriera problematiche di primaria importanza.

Diversi studi hanno dimostrato le elevate proprietà barriera ai gas conferite dall’impiego di nanocristalli di cellulosa (CNC) e nanofibre di cellulosa (CNF), sia come rivestimenti applicati ai tradizionali film plastici, sia come cariche aggiunte ai normali polimeri.

In effetti, l’umidità può rivelarsi estremamente deleteria per le proprietà barriera ai gas dei film rivestiti con CNC.

In linea di massima, i polimeri sintetici e i biopolimeri caratterizzati da un comportamento idrofilo e da una polarità elevata presentano una bassa permeabilità a ossigeno e gas, se asciutti, ma perdono tali proprietà quando le molecole d’acqua plastificano e gonfiano la loro struttura originaria.

Questi comportamenti sono ben noti e ampiamente studiati per poliammidi, poliesteri, alcoli polivinilici e biopolimeri, mentre le conoscenze sono più limitate sugli effetti dell’umidità e le proprietà barriera ai gas dei CNC, quando questi vengono utilizzati come rivestimento da applicare sui tradizionali film plastici destinati ad applicazioni di packaging alimentare.

L’obiettivo della ricerca condotta da alcuni ricercatori del Dipartimento di Chimica dell’Università degli Studi di Milano è proprio quello di approfondire questo aspetto.

L’approccio multidisciplinare adottato per comprendere l’interazione tra acqua e nanocristalli di cellulosa ha generato uno scenario complesso, che ha condotto a un’unica conclusione: è fondamentale conservare le proprietà barriera ai gas offerte dai CNC limitando il più possibile l’adsorbimento di umidità. Nel caso di applicazioni pratiche quali i materiali per packaging alimentare, la presenza di uno strato polimerico idrofobo e sigillabile a protezione del rivestimento di CNC appare essenziale.

Agrifarma: biofertilizzante usato come trattamento di superficie

Un team di ingegneri del MIT di Boston ha scoperto che rivestire i semi con una protezione, in grado di rilasciare i nutrienti necessari alla pianta germinativa, potrebbe consentire la produzione di colture anche in aree poco fertili

Nello specifico, questo tipo di biofertilizzante consiste in una copertura di seta adeguatamente trattata con l’aggiunta di batteri capaci di fornire, naturalmente, una sostanza a base di azoto.

Dopo numerosi test e sperimentazioni sul campo, i ricercatori hanno mostrato come i semi dotati di questo tipo di rivestimento biofertilizzante siano in grado di crescere con successo anche su terreni poco produttivi e, nello specifico, troppo salati per consentire naturalmente ai semi non trattati di svilupparsi normalmente. 

Questi biofertilizzanti sono composti da microbi che vivono simbioticamente con alcuni tipi di vegetali e convertono l’azoto per farlo assorbire prontamente dalle piante. L’azione di questi microbi, noti come rizobatteri, non solo assicura un fertilizzante naturale alle colture, ma evita i problemi associati ad altri tipi di fertilizzanti, specie se azotati, che hanno un grande impatto ambientale sulla qualità del suolo.

Una scoperta ad alto valore aggiunto

L’aspetto innovativo della ricerca risiede, però, proprio nell’aver trovato un modo per conservare i batteri. Sebbene essi siano diffusi nei terreni di tutto il mondo, sono molto difficili da preservare al di fuori del loro ambiente naturale, vale a dire il suolo. Tuttavia, la seta usata dai ricercatori del MIT per completare quel processo di trattamento e di finitura superficiale riesce a mantenerli in vita, grazie all’aggiunta di un particolare tipo di zucchero noto come trealosio, che alcuni organismi usano per sopravvivere in condizioni di acqua bassa. In questo modo, i semi trattati superficialmente con questa particolare miscela biofertilizzante di seta, batteri e trealosio hanno sviluppato piante migliori rispetto a quelle nate da semi non trattati, crescendo su campi addirittura improduttivi da un punto di vista agricolo.

Ma il vero punto di forza di questa tecnica consiste nell’essere molto economica e nel non richiedere particolari attrezzature e competenze. Infatti, i ricercatori del MIT affermano che il trattamento è rapido, facile e potrebbe essere scalabile, per consentire alle grandi aziende agricole e ai coltivatori non qualificati di farne uso. Come passo successivo, i ricercatori stanno lavorando sullo sviluppo di nuovi rivestimenti bioferlizzanti che potrebbero non solo proteggere i semi dal terreno salino, ma anche renderli più resistenti alla siccità, utilizzando coperture adatte ad assorbire e conservare l’acqua dal terreno.

RICERCA: L’intelligenza artificiale scopre un super antibiotico

Con un nome ispirato al cinema, uccide anche batteri resistenti.

Grazie all’intelligenza artificiale e’ stato identificato un nuovo super antibiotico:  chiamato ‘halicin’ in omaggio al supercomputer Hal 9000 del film ‘2001: Odissea nello spazio’, ha dimostrato nei test di laboratorio di poter eliminare molti dei batteri portatori di malattie, compresi alcuni ceppi diventati resistenti a tutti i farmaci tradizionali. Il risultato, pubblicato sulla rivista Cell dai ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (Mit), potrebbe rappresentare l’inizio di una nuova era per la ricerca sugli antibiotici, che negli ultimi anni ha subito un forte rallentamento.

“Stiamo affrontando una crisi crescente per quanto riguarda l’antibiotico-resistenza, e questa situazione si e’ venuta a creare sia per un aumento dei microrganismi patogeni divenuti resistenti, sia per una produzione sempre piu’ scarsa di nuovi antibiotici da parte delle industrie biotech e farmaceutiche“, afferma James Collins del Mit.

Per superare questa impasse, i ricercatori hanno messo a punto un algoritmo di apprendimento automatico addestrato ad analizzare in modo estremamente accurato la struttura chimica dei composti chimici, mettendola in correlazione con specifiche proprieta’ come la capacita’ di uccidere i batteri.

In questo modo hanno ottenuto una piattaforma capace di passare in rassegna piu’ di centro milioni di composti nell’arco di alcuni giorni, identificando quelli che potrebbero uccidere i batteri usando meccanismi d’azione diversi rispetto ai farmaci esistenti.

“Il nostro approccio ha svelato questa fantastica molecola che e’ verosimilmente uno degli antibiotici piu’ potenti mai scoperti”, sottolinea Collins.

Lo studio ha permesso di individuare anche altre 8 molecole potenzialmente interessanti che verranno testate a breve. Secondo i ricercatori, il sistema potrebbe essere usato pure per progettare nuovi farmaci e ottimizzare quelli esistenti.

Tecnologie abilitanti emergenti: il panorama italiano

Il Programma HORIZON 2020 è stato senza alcun dubbio lo strumento principe che ha permesso un adeguato livello di sviluppo delle Tecnologie abilitanti chiave (KET) nei Paesi Europei e, particolarmente, in Italia

Il Sistema della Ricerca e Innovazione italiano è sempre stato caratterizzato da una particolare frammentazione: un individualismo marcato e una limitata propensione alla cooperazione, fattori che, ovviamente, rendono complesso anche il processo di trasferimento tecnologico dal Sistema della Ricerca a quello dell’Innovazione. In riferimento al settore delle KET, la spinta di HORIZON 2020 ha aiutato a superare parzialmente questa criticità, generando collaborazioni pubblico-privato di particolare rilevanza.

Sotto la spinta complessiva di queste azioni, il Sistema italiano della Ricerca e Innovazione si è sviluppato sostanzialmente lungo tre direzioni: adeguamento del percorso educativo dei laureati e formazione permanente dei lavoratori; sviluppo della competitività del Sistema industriale. Assicurare l’impatto sociale dei risultati della R&I. Secondo l’ISTAT, su un campione di 400.000 aziende, il 52.3% può essere definito non sostenibile, il 15% leggermente sostenibile, il 15.1% mediamente sostenibile e il 17.6% altamente sostenibile.

Aziende sostenibili e produttività

Risulta molto interessante la considerazione riguardo la produttività: in rapporto alle aziende con sostenibilità zero, prese come riferimento, si osserva un aumento della produttività all’aumentare della sostenibilità.
Questo risultato è dovuto anche alla significativa partecipazione delle organizzazioni italiane, sia pubbliche che private, ai temi di HORIZON 2020, tra i quali NMBP e altri come ad esempio Science with and for Society.
Il programma di finanziamento NMBP ha perciò avuto il ruolo di generare un cambiamento nella cultura degli attori italiani nella Ricerca ed Innovazione, promuovendo non solo una crescita di competenze specifiche, ma anche una soddisfacente consapevolezza della necessità di indirizzare e integrare gli aspetti economici, ambientali e sociali dell’Innovazione.

Tale patrimonio di competenze ed approcci potrà essere valorizzato e capitalizzato nell’ambito del prossimo Programma Horizon Europe e nello specifico nell’area del Pillar 2: Digital, Industry and Space? Considerando gli orientamenti prioritari della R&I nel nuovo programma, la risposta può solo essere affermativa.

Orientamenti di R&I in “Digital, Industry and Space”

Nello specifico, due sono i temi di particolare rilevanza per l’Italia:

Il primo riguarda le tecnologie digitali e in particolare lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, che nella visione italiana è comunque sempre approcciata con una visione antropocentrica. I principali interessi industriali riguardano i seguenti settori:
– Industria Farmaceutica (Drug Discovery, Drug Delivery and Clinical Applications);
– Industria Automotive (Autonomus Driving, Predective Maintanance, Cyber Car, Connected Supply Chain);
– Microelettronica (Smart Driving, Smart Industry, Smart Home and Smart Things);

Il secondo è relativo alla buona posizione Italiana nel campo dei Materiali Avanzati. Partendo dalla considerazione che lo sviluppo di tecnologie per le energie rinnovabili e sostenibili dipende in maniera critica dall’abilità di disegnare e realizzare materiali con proprietà ottimali, la realizzazione di materiali adatti allo scopo non può prescindere dalla connessione tra predizione, sintesi e caratterizzazione dei materiali stessi. L’uso incrementale di strumenti computazionali, la nuova generazione di base di dati dei materiali, hanno sostanzialmente accelerato queste attività. E’ perciò il tempo opportuno per considerare le prospettive future dei materiali attraverso un approccio di design.

L’emergente transizione economica e sociale rende consapevole il sistema italiano della R&I dei vantaggi che possono derivare dal valore della sostenibilità. Per le aziende gli impegni verso questa direzione sostenibile si muovono lungo due traiettorie principali:

a) Essere consapevoli dell’impatto delle attività;

b) Fare un uso responsabile delle seguenti sei forme di Capitale:
Il capitale NATURALE fornisce risorse alle attività produttive industriali e alimenta la disponibilità di scarti generati;
Il capitale UMANO, con la conoscenza e le competenze degli addetti per portare a compimento le attività di business in modo efficiente e concreto;
Il capitale INTELLETTUALE, ovvero brevetti, tecnologie, know-how, informazioni sui client, che contribuiscono alla creazione di valore per l’azienda;
– Il capitale MANIFATTURIERO, composto da asset tangibili che, assieme a quelli intangibili, contribuiscono alla creazione di valore per l’azienda;
– Il capitale SOCIALE, cioè il sistema di relazioni dell’azienda con gli stakeholders inclusi i propri dipendenti;
Il capitale FINANZIARIO che fornisce all’azienda le risorse necessarie per i bisogni del business.

In conclusione, il sistema italiano della R&I è pronto ad inserirsi adeguatamente nella prossima programmazione europea, consapevole che una partecipazione adeguata non potrà che tradursi in una ampia serie di opportunità:
• Un Sistema di eco-innovazione più flessibile e dinamico
• Una migliore cooperazione pubblico-privato (ridotta frammentazione)
• Trasferimento tecnologico (migliorare il trasferimento dei risultati della ricerca)
• Partecipazione di PMI e Grandi Imprese e Programmi nazionali
• Migliore accesso alla finanza per la R&I
• Disponibilità di venture capital
• Infrastrutture di Ricerca e, quindi, miglior accesso a competenze e strumentazioni

(fonte AIRI)