ITAL CONTROL METERS: MONITORAGGIO POLVERI IN AMBIENTI DI LAVORO

Come monitorare in modo accurato e continuo le particelle respirabili sospese nell’aria? Negli ambienti industriali sono presenti particelle di carbone, polvere di silice e polveri da costruzione anche in presenza di carichi pesanti, polveri di legno, tutte molto dannose per la salute dell’uomo, ecco perché il monitoraggio polveri in ambiente di lavoro è basilare

Polveri dal diametro di 10 micron sono inalabili, si depositano lungo le vie respiratorie, quelle di diametro 2,5 micron sono addirittura respirabili, quindi possono penetrare nei polmoni fino ad accumularsi nel sangue e raggiungere varie parti del nostro organismo, è quindi necessario un monitoraggio polveri efficace e accurato per poter prevenire conseguenze sulla salute umana assai dannose.

In questo modo oltre a problemi di tipo respiratorio possono verificarsi problemi anche in altri tessuti del corpo umano.

Oltre alle problematiche più urgenti legate alla salute e alla sicurezza dei lavoratori, si aggiungono i danni che l’accumulo di polveri può causare al funzionamento delle apparecchiature e delle macchine presenti in ambienti industriali, provocando surriscaldamento, attriti, intasamento, depositi.

I campionamenti manuali sporadici non bastano. 

La tecnologia oggi ci consente di misurare la quantità di polveri presenti in un ambiente e dare immediata segnalazione qualora tale quantità superi quella consentita. Monitoraggio polveri in ambienti di lavoro.

AIR-XD è una centralina compatta di nuova generazione che consente di ottenere informazioni affidabili, continuative ed in tempo reale relative alla concentrazione totale (TSP) delle polveri sottili nell’ambiente ed anche alla loro classificazione dimensionale (PM).

AIR-XD è un contatore ottico di particelle ad elevate prestazioni basato sulla tecnica rifrattometrica: è in grado di garantire un’accuratezza del +/- 5%, raggiungibile solo in laboratorio, ma soprattutto è un sistema autonomo con un’esigenza minima di manutenzione, dove ad esempio sono stati eliminati componenti quali filtri e pompa (sostituiti da un sistema di convezione naturale a portata autoregolata).

Display e tastiera a bordo ne semplificano la programmazione; il sistema funzionalmente autonomo fornisce la visualizzazione locale della concentrazione e della tipologia delle polveri con uscite analogiche e digitali; inoltre un data-logger memorizza analisi, eventi e diagnostica scaricabili su PC per archiviazione o analisi di dettaglio a posteriori.

AIR-XD trova applicazioni ideali nell’industria dei metalli, in quella dei minerali e comunque ovunque ci siano polveri sottili nell’aria ambiente dovute a trasporto, movimentazione o lavorazione.

emissioni, monitoraggio ambienti di lavoro, polverimetro, sicurezza

Links utili:

https://www.italcontrol.it/prodotti/concentrazione-polveri/trolex-air-xd/

https://www.italcontrol.it/media/1732/trolex_air-xd_feb19.pdf

https://www.trolex.com/dust-monitoring

RESILIENZA INDUSTRIALE, LE FABBRICHE FARO SI APRONO ALLE FILIERE E ALL’OPEN INNOVATION

fabbrica intelligente

Dalla relazione del Presidente di Fabbrica intelligente, Luca Manuelli, emergono le direttrici di sviluppo dell’associazione che riunisce tutti i portatori di interesse della manifattura per una resilienza industriale

Nei prossimi mesi crescerà il numero di regioni e di attori coinvolti, e verrà sviluppato l’ecosistema dei Lighthouse, recentemente arrivati a 5 grazie ad Hsd Mechatronics forse destinati a diventare 6 con la candidatura di Wartsila.  Azioni sulle filiere di fornitori. Un contributo importante alla politica industriale e al Pnnr con la proposta “Produrre un Paese resiliente” e con la prossima roadmap.

Quali evoluzioni stanno attraversando il Cluster Nazionale Fabbrica Intelligente (CFI),l’associazione che riunisce tutti gli stakeholder (regioni, università, centri di R&S ed aziende) della manifattura avanzata, cioé della colonna portante del sistema economico italiano?

Come sarà il CFI del prossimo futuro?  Ne ha parlato il presidente Luca Manuelli nel corso del workshop annuale Produrre un Paese Resiliente e Sostenibile.

LA MANIFATTURA ITALIANA: UNO SCENARIO COMPLESSO E INCERTO

Ancora oggi, ha sottolineato Luca Manuelli, permane una situazione di profonda incertezza, determinata dalla pandemia. Il Covid-19 ha prodotto circa due milioni di morti a livello mondiale e circa 100mila in Italia. Il Pil globale è calato quest’anno del 3,5%; e in Italia del 9%. Per il 2021 le previsioni sono in continuo aggiornamento; allo stato, tuttavia, è prevista una crescita mondiale del 5%, mentre in Italia con ogni probabilità ci si fermerà al 3-3.5%, al di sotto degli obiettivi europei del 4,2%.

L’EVOLUZIONE DELLA MISSIONE DEL CLUSTER: ECOSISTEMA COLLABORATIVO E RESILIENZA INDUSTRIALE

A fronte della pandemia e del suo impatto sul fabric del Paese, CFI si sta sviluppando lungo due direttrici principali. 

Il CFI sta lavorando per far crescere il proprio ecosistema collaborativo.

Anzitutto, l’allineamento della sua missionedi sviluppare l’ecosistema collaborativo dell’innovazione del manifatturiero all’attuale scenario: con la disarticolazione delle filiere e il calo della domanda sperimentati lo scorso anno, il cluster ha attribuito maggior rilievo alla resilienza di sistema, e cioè alla capacità delle imprese manifatturiere di reagire positivamente alle avversità e di superare eventi traumatici.

Questa esigenza si è tradotta nella visione sviluppata con una task force di 50 esperti che è stata sintetizzata nel documento, “Produrre un Paese Resiliente”, una proposta diretta al decisore politico, che si può essere approfondita qui

Lo sviluppo territoriale è una delle priorità del Cluster Fabbrica Intelligente

A proposito di “Produrre un Paese Resiliente”, questo documento individua tre categorie di interventi: anzitutto quelli immediati, per favorire l’accelerazione della digital transformation con l’acquisizione di beni strumentali, software, metodologie, e con l’adeguamento di soluzioni esistenti e il supporto alla trasformazione sostenibile dell’industria.

Si parla, ad esempio di tecnologie per il lavoro a distanza o di robot in grado di garantire un alto livello di interazione con gli umani per gestire l’emergenza.  Poi, quelli di medio termine specifici, e cioè quelli che, grazie alla ricerca e all’innovazione, possono dar vita a soluzioni innovative utili anche per supportare la riconfigurazione delle filiere.

Si pensi, ad esempio, alle attività di commissioning e di manutenzione a distanza; e più in generale, alla collaboration basata sul Cloud. O, ancora, all’internet of action, che permette ad operatori esperti di agire a distanza e di riprodurre sensazioni ed azioni in modo interattivo e adattativo, come accade nella robotica per la medicina.  Infine, quelli di medio termine a carattere sistemico, per dotare il Paese di un sistema di manifattura di pronto intervento, in grado di produrre subito beni e strumentazioni utili nell’emergenza in tempi ridotti e in grandi volumi.

Anche la nuova Roadmap, in via di completamento entro il primo trimestre del 2021, «sarà integrata da obiettivi che potranno essere utili anche per la definizione del Recovery Plan». 

Questa è il documento strategico di CFI per definire le necessità della manifattura italiana in termini di avanzamento tecnologico e per rendere più competitivo il settore economico più rilevante del Paese.

L’anno scorso erano stati impegnati sette gruppi tematici (coordinati dal presidente del comitato tecnico scientifico Tullio Tolio) formati da tecnici, docenti universitari e soci del cluster. «Ora una parte del lavoro è confluito in Produrre un Paese Resiliente – ha affermato Manuelli – visione che potrà essere ulteriormente sviluppata grazie ai contributi emersi durante il Workshop per poter essere sottoposta all’attenzione del Governo».  

L’ESPANSIONE DELL’ECOSISTEMA COLLABORATIVO

In secondo luogo, il consolidamento delle sue principali attività e l’allargamento della sua base associativa. Nella visione di CFI la resilienza della manifattura è un fattore organico. Si può acquisire solo in un contesto forte, dove soggetti diversi collegano le proprie competenze. 

«La nuova visione – ha affermato Manuelli – è portata avanti dall’intero ecosistema» che ruota attorno al Cfi. Ad oggi il Cluster conta 287 membri, di cui 218 partner industriali, regioni e diversi tra università, centri di ricerca, e altri.

Produrre un Paese Resiliente

Quanto alle Regioni, sono sette quelle (Veneto, Emilia-Romagna, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte e Puglie) che hanno da tempo formalizzato un Accordo di Programma con il Mur sulle tematiche della Fabbrica Intelligente propedeutico allo sviluppo dei Cluster Territoriali. «L’obiettivo – ha afferma Manuelli – è raddoppiare questo numero in tre anni, coinvolgendo maggiormente il Sud del Paese». In particolare, sono già stati individuati potenziali candidati dalle Regioni Friuli Venezia GiuliaTrentino Alto Adige e Umbria, e si stanno stringendo rapporti con ToscanaLazioCampaniaAbruzzo e Basilicata.

HSD Mechatronics è recentemente diventata Lighthouse Plant del CFI

Quanto agli impianti Faro, già nel 2020 ne è aumentato il novero: dopo i Lighthouse dei grandi gruppi internazionali Ansaldo Energia, Abb, Hitachi Rail, Tenova-Ori Martin, a rivestire il ruolo di Lighthouse Plant è giunta HSD Mechatronics del gruppo Biesse, che è quotato in Borsa

Con 80 milioni di fatturato, 340 dipendenti, Hsd è la prima media impresa ad essere insignita di tali status e missione. Grazie a HSD anche aziende di dimensioni più piccole rispetto a quelli di prima generazione potranno permettere di dimostrare quali soluzioni tecnologiche si possano adottare per migliorare la competitività, la resilienza e la sostenibilità.

Dopo il quinto Lighthouse di HSD, nel 2021 si dovrebbe aggiungere al novero degli Impianti Faro la fabbrica di Trieste di Wärtsilä, azienda finlandese leader mondiale nella fabbricazione di sistemi di propulsione e generazione d’energia per uso marino e centrali elettriche; e due Big italiani del farmaceutico e dell’aeronautico, Menarini e Leonardo, hanno avviato il percorso per diventarlo a loro volta.

Altri nuovi importanti attori dell’ecosistema collaborativo del CFI sono i Pathfinder, partner tecnologici del cluster in grado di contribuire all’individuazione delle principali traiettorie di sviluppo dell’innovazione a supporto della competitività della manifattura italiana. Nel 2020 ne è stato ampliato il numero: dopo l’accordo con Sap del 2019, si sono aggiunti Deloitte e Cisco. Nel 2021 è entrata a far parte del novero anche Siemens. Ma, ha affermato Manuelli, ci saranno altre novità nel corso di quest’anno.

LE FABBRICHE FARO SI APRONO ALLE FILIERE E ALL’OPEN INNOVATION

Le aziende capo-filiera che hanno avviato i Lighthouse Plan hanno avviato il processo di coinvolgimento della propria filiera di fornitori nel processo di trasformazione digitale. Dopo il successo di AENet 4.0, con il quale Ansaldo Energia ha coinvolto 100 fornitori strategici italiani con il supporto di 11 DIH di Confindustria coordinati da quello ligure e del Competence Centre lombardo MADE e di quello ligure START 4.0, anche ABB ha avviato un’iniziativa di filiera con il supporto del Digital Innovation Hub Lombardia che ha realizzato l’assessment di un campione di 17 supplier di Abb operativi in Lombardia, Veneto e Lazio e costituito da piccole e medie imprese afferenti a differenti categorie merceologiche.

Per quanto riguarda l’apertura dei Lighthouse all’Open Innovation, dopo il successo della call for innovation Digital X Factory di Ansaldo Energia (160 startup partecipanti, 11  selezionate nel Pitch finale e 6 che lavorano nella Fabbrica Faro), nel  2020 il CFI ha lanciato sulla piattaforma di Open Innovation della Regione Lombardia X Factory con due challenge distinte e collegate agli Impianti Faro di ABB e di ORI  Martin Tenova: la prima focalizzata ad acquisire “proposte di soluzioni” di stampa 3D di sostanze metalliche per incrementare la velocità di esecuzione e superare il problema dei piccoli lotti; la seconda invece relativa alla cybersafety e, in particolare,  la sensoristica per la sicurezza dei lavoratori in aree di rischio.

TRANSIZIONE ENERGETICA: Baxi punta sulla produzione a impatto zero di idrogeno verde

produzione di idrogeno verde

Quando si parla di transizione energetica e di idrogeno verde è bene guardare a Bassano del Grappa (Vicenza), dove si sta costruendo un pezzo di storia dell’idrogeno per uso riscaldamento.

Qui sorge infatti lo stabilimento di Baxi, delegato a livello corporate dal gruppo BDR Thermea (1,8 miliardi di fatturato annuo e 6200 dipendenti) a condurre attività di ricerca e sviluppo proprio sul vettore della transizione energetica.

Baxi punta sulla produzione a impatto zero e sulle rinnovabili. Lo dimostra l’impianto fotovoltaico ad alta efficienza di 6.000 metri quadri installato sul tetto dello stabilimento, capace di generare 992 kW che permettono, a quella che va considerata una green factory, di ottenere il 100% dell’energia necessaria per produrre le circa 4.000 caldaie al giorno.

Una parte di quell’energia è dedicata all’autoproduzione di idrogeno verde, quello ottenuto dall’acqua tramite elettrolisi.

Infatti, la società ha attrezzato un locale esterno dedicato ad accogliere le apparecchiature necessarie per il processo di elettrolisi per la trasformazione di energia elettrica in idrogeno. Da qui è nato il progetto presentato da BDR Thermea Group della prima caldaia domestica premiscelata certificata alimentata ad idrogeno, nel 2019- .

Sempre a Bassano del Grappa si testano i prototipi funzionanti a idrogeno puro e a miscele con gas naturale. Non solo: «da poche settimane si è affiancato un secondo impianto, che produce sempre idrogeno verde. Debitamente stoccato nelle batterie di alimentazione, provvede a fornire il combustibile per le caldaie in test nei nostri laboratori, ma anche a soddisfare le esigenze di riscaldamento e di produzione di acqua calda dei nostri uffici», afferma l’Ing. Alberto Favero, direttore generale di Baxi.

Idrogeno per riscaldamento: è il momento giusto per crederci

Ma quali sono i fattori che hanno portato Baxi a puntare sull’idrogeno? «Direi diversi e in varie fasi temporali. Abbiamo interpretato da tempo alcuni trend di mercato internazionale, decisamente forti in alcuni Paesi. Penso, per esempio, al Regno Unito, dove da tempo si è cominciato a declinare il concetto di transizione energetica guardando sì all’elettrico, ma anche al gas miscelato all’idrogeno», spiega lo stesso Favero. A Leeds hanno avviato sin dal 2017 il progetto H21, finalizzato a convertire all’uso di idrogeno la rete di riscaldamento cittadina. 

Sempre nel Regno Unito si stanno portando avanti altre sperimentazioni e soprattutto si crede fortemente nell’idrogeno per uso riscaldamento. Ma non solo: anche in Unione Europea sono diversi i Paesi che mostrano interesse.

Mentre in Italia? «Stiamo raccogliendo un crescente interesse da varie multiutility, sempre più convinte sia dall’agenda UE sia dai piani della Germania, che punta decisa all’idrogeno con un piano che prevede investimenti per circa 50 miliardi per le tecnologie green, circa un quinto dei quali dedicate all’idrogeno – sottolinea lo stesso direttore generale Baxi – Inoltre, si sta facendo sperimentazione anche sul versante dei trasporti».

Il mercato che si apre verso l’idrogeno per riscaldamento è promettente. «Lo sarà ancor più se, però, in concomitanza, ci sarà un’apertura in altri settori dove l’impiego dell’idrogeno diventa un’opzione attraente. Penso, per esempio, al settore dei trasporti, su gomma e su rotaia. Se si aprirà a un consumo massivo allora si apriranno opportunità di mercato davvero importanti. L’ideale quindi è che si portino avanti più progetti pilota in vari ambiti».

Idrogeno per il riscaldamento: dalla caldaia premiscelata a quella 100% idrogeno

Come specifica il direttore Ricerca & Sviluppo Antonio Sandro, la società del gruppo BDR Thermea ha due progetti di cui uno pensato per il breve termine, ovvero quella della caldaia premiscelata che prevede il blend idrogeno-gas naturale.

In questo caso può essere prevista una miscela anche fino al 20%. «Il progetto di caldaia al 100% è pensato con un orizzonte più a lungo termine, ma non così lontano: basandoci su Paesi target dove la sperimentazione è già avanzata, lavoriamo per un prodotto compatibile con le attuali tecnologie, ideale sia come installazione ex novo sia soprattutto in caso di sostituzione dell’esistente.

L’obiettivo è fornire una soluzione che garantisca efficienza energetica e attenzione alle emissioni».

Il fatto stesso che oggi non vi sia ancora idrogeno, o comunque non in percentuali significative, non è un problema: la caldaia è stata pensata per funzionare con gas naturale ma già hydrogen ready, quindi pronta on demand quando ci saranno le condizioni di disponibilità d’idrogeno in rete, sia miscelato sia puro.-

Dal punto di vista degli installatori cosa implica la caldaia premiscelata a idrogeno? «A livello tecnico richiede le stesse attenzioni di una caldaia tradizionale. È progettata con gli stessi livelli elevati di sicurezza richiesti oggi dagli impianti a metano. In più prevede, per esempio, la possibilità di taratura per l’impiego del gas puro o premiscelato con idrogeno».

Idrogeno per riscaldamento: orizzonte al 2025

In prospettiva, quando l’idrogeno farà il proprio ingresso in maniera consistente nel comparto del riscaldamento? «Dipenderà da nazione a nazione – risponde Favero –. In Paesi come Regno Unito e Paesi Bassi ci sono già progetti pilota che, nell’arco di due anni, apriranno la via alla possibilità di installare su più larga scala caldaie 100% idrogeno in edifici residenziali. Nel complesso, è comunque possibile pensare all’installazione di caldaie a idrogeno per tutti i nuovi impianti di caldaie a gas entro il 2025». In effetti, Baxi Heating UK ha chiesto al governo britannico di autorizzare l’installazione di questo tipo di caldaie entro quell’anno.

Certo, tanto dipenderà dalla possibilità di disporre di una significativa fornitura di idrogeno blu (o grigio), in attesa di contare sull’idrogeno verde.

<<Oggi l’idrogeno subisce l’effetto di scala: si parla molto di diverse “tonalità”, con l’idrogeno verde in cima ai desiderata, tuttavia oggi questa tipologia di idrogeno sconta un prezzo molto alto per la sua produzione, specie rispetto a quello blu o grigio. L’importante però è cominciare: perché una volta che si coglieranno i vantaggi – specie in termini di emissioni ridotte o azzerate, ancor più nel caso del green hydrogen – non ci saranno più paragoni, nemmeno con l’energia elettrica, che sappiamo ancora prodotta in buona parte da combustibili fossili. Inoltre, l’idrogeno gode di un vantaggio significativo: una volta prodotto, è possibile stoccarlo. E poi può contare sulla possibilità di essere veicolato tramite rete gas, già esistente e diffusa in maniera estesa. È necessario, quindi, superare lo scoglio dei costi. Per questo, ribadisco, è importante estendere la sperimentazione in altri contesti dove vi siano consumi energetici significativi», conclude il direttore generale.>>

Business intelligence: processi e attività sviluppati per consentire migliori prestazioni in molti settori

business intelligence

La business intelligence (BI) combina business analytics, data mining, visualizzazione dei dati, strumenti e infrastrutture per i dati, nonché le best practice per permettere alle organizzazioni di prendere più decisioni basate sui dati

In buona sostanza, sai di aver acquisito la business intelligence moderna quando hai una vista completa dei dati della tua organizzazione e li usi per stimolare il cambiamento, eliminare le inefficienze e attuare un rapido adattamento ai cambiamenti di mercato e forniture.

Più che indicare una “cosa” specifica, business intelligence è un termine onnicomprensivo che riguarda i processi e i metodi per raccogliere, memorizzare e analizzare i dati tratti dalle operazioni o attività aziendali con l’obiettivo di migliorare le prestazioni. Tutti questi elementi vanno a creare una vista completa dell’azienda, aiutando le persone a prendere decisioni migliori e concretizzabili.

Negli ultimi anni, la business intelligence si è sviluppata includendo più processi e attività per consentire il miglioramento delle prestazioni. Tali processi includono:

  • Data mining: uso di database, statistiche e apprendimento automatico per svelare i trend in ampi set di dati.
  • Elaborazione di report: condivisione delle analisi dei dati con i soggetti interessati, affinché possano trarre conclusioni e prendere decisioni.
  • Metriche e benchmarking delle prestazioni: confronto dei dati sulle prestazioni attuali con i dati storici, per monitorare le prestazioni rispetto agli obiettivi. Di solito, si esegue usando dashboard personalizzate.
  • Analisi descrittiva: utilizzo di analisi dei dati preliminari per comprendere cosa è accaduto.
  • Esecuzione delle query: interrogazione dei dati con specifiche domande, per cui la BI estrae le risposte dai set di dati.
  • Analisi statistica: partendo dai risultati dell’analisi descrittiva, ulteriore esplorazione dei dati usando le statistiche, per esempio in relazione a come e perché si sia verificato un determinato trend.
  • Visualizzazione dei dati: trasformazione dell’analisi dei dati in rappresentazioni visive, come grafici, diagrammi e istogrammi, per una fruizione dei dati più facile.
  • Analisi visiva: esplorazione dei dati attraverso le rappresentazioni visive, per comunicare informazioni al volo e seguire il flusso dell’analisi.
  • Preparazione dei dati: compilazione di diverse origini dati, identificandone dimensioni e misurazioni e preparandole per l’analisi dei dati.

Perché la business intelligence è importante?

La business intelligence consente alle aziende di prendere decisioni migliori, mostrando dati attuali e storici all’interno del contesto aziendale.

Gli analisti possono sfruttare la BI per fornire benchmark su prestazioni e concorrenti, per consentire all’organizzazione di funzionare in modo più fluido e più efficiente.

Inoltre, gli analisti possono individuare facilmente i trend di mercato, per aumentare le vendite o gli introiti.

Se usati in modo efficace, i dati giusti possono essere utili per qualsiasi attività, dalla conformità alle assunzioni.

Ecco alcuni modi in cui la business intelligence può consentire alle aziende di prendere decisioni più intelligenti basate sui dati:

  • Identificare i modi per aumentare i profitti
  • Analizzare il comportamento dei clienti
  • Confrontare i dati con i concorrenti
  • Monitorare le prestazioni
  • Migliorare le operazioni
  • Prevedere il successo
  • Individuare i trend di mercato
  • Scoprire complicazioni o problemi

Come funziona la business intelligence

Le aziende e le organizzazioni hanno tante domande e tanti obiettivi.

Per rispondere alle domande e monitorare le prestazioni rispetto agli obiettivi, raccolgono i dati necessari, li analizzano e determinano le azioni da intraprendere per raggiungere i propri obiettivi.

Dal punto di vista tecnico, i dati non elaborati vengono raccolti dall’attività aziendale, per poi essere elaborati e archiviati nei data warehouse.

Dopodiché, gli utenti possono accedere ai dati e passare all’analisi per rispondere alle domande che riguardano l’azienda.

Come funzionano insieme BI, analisi dei dati e business analytics

La business intelligence include analisi dei dati e business analytics.

Tuttavia, li usa solo come parte dell’intero processo. La BI consente agli utenti di trarre conclusioni dalle analisi dei dati.

I data scientist approfondiscono le specifiche dei dati, usando statistiche avanzate e analisi predittive per svelare modelli e prevedere modelli futuri.

La domanda dell’analisi dei dati è: “Perché è successo e cosa potrà succedere?” La business intelligence ricorre a quei modelli e algoritmi e scompone i risultati in un linguaggio fruibile.

Secondo il glossario dei termini IT di Gartner, la “business analytics include il data mining, l’analisi predittiva, l’analisi applicata e la statistica“.

In breve, le organizzazioni conducono la business analytics quale parte della più ampia strategia di business intelligence.

La BI è progettata per rispondere a query specifiche e fornire un’analisi immediata, utile per decisioni e pianificazione.

Le aziende, però, possono usare i processi di analisi per migliorare continuamente l’iterazione e le domande di follow-up.

L’analisi aziendale non deve essere un processo lineare, perché la risposta a una domanda porterà con ogni probabilità a sviluppare nuove domande e così via. Al contrario, va considerata come un processo ciclico, che comprende le fasi di accesso ai dati, identificazione, esplorazione e condivisione delle informazioni. Si parla, appunto, di ciclo di analisi per descrivere come le aziende usano l’analisi per rispondere alle domande e alle aspettative in continuo cambiamento.

La differenza tra BI tradizionale e BI moderna

In passato, gli strumenti di business intelligence si basavano su un modello tradizionale.

Si trattava di un approccio top-down in cui la business intelligence era gestita dall’organizzazione IT e si usavano report statici per rispondere alla maggior parte delle domande di analisi, se non a tutte.

Perciò, se qualcuno aveva un’ulteriore domanda sul report ricevuto, la sua richiesta veniva messa in fondo alla coda di reporting e il processo doveva ripartire daccapo.

Di conseguenza, i cicli dell’attività di report erano lenti e frustranti e le persone non riuscivano a sfruttare i dati attuali per prendere decisioni.

La business intelligence tradizionale rappresenta ancora un approccio comune per le ordinarie elaborazioni di report e per rispondere a query statiche.

Invece, la business intelligence moderna è interattiva e accessibile. Sebbene i reparti IT siano ancora fondamentali per la gestione dell’accesso ai dati, molteplici livelli di utenti possono personalizzare le dashboard e creare report anche con poco preavviso. Con il software appropriato, gli utenti sono in grado di visualizzare i dati e rispondere alle proprie domande.

Strumenti e piattaforme di business intelligence

Molti strumenti e piattaforme self-service di business intelligence semplificano il processo di analisi. In questo modo per le persone è più facile osservare e comprendere i dati, pur non avendo le competenze tecniche per approfondirli autonomamente. Sono disponibili molte piattaforme di BI per l’attività di report ad hoc, la visualizzazione dei dati e la creazione di dashboard personalizzate per molteplici livelli di utenti.

Il ruolo futuro della business intelligence

La business intelligence si sviluppa continuamente di pari passo con le esigenze aziendali e la tecnologia. Pertanto, ogni anno, individuiamo i trend attuali per tenere gli utenti al passo con le innovazioni.

È necessario rendersi conto che l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico si svilupperanno continuamente, e le aziende possono integrare le informazioni ottenute con l’IA in una strategia di BI più estesa.

Visto l’obiettivo delle aziende di essere sempre più basate sui dati, l’impegno per la condivisione dei dati e la collaborazione aumenterà. La visualizzazione dei dati sarà ancor più fondamentale per il lavoro congiunto tra team e reparti.

La BI offre funzionalità per il monitoraggio delle vendite quasi in tempo reale, consente agli utenti di scoprire le informazioni nel comportamento dei clienti, di prevedere i profitti e molto altro. Svariati settori, come quello della vendita al dettaglio, assicurativo e petrolifero, hanno adottato la BI, e ogni anno se ne aggiungono altri. Le piattaforme di BI si adattano all’innovazione e alle nuove tecnologie degli utenti.

La vera impresa sostenibile del futuro

La pandemia ha costretto molte aziende a ripensare a come misurare successo e risultati e reinventarsi impresa sostenibile

Nel periodo pre-Covid, la maggior parte delle imprese era concentrato soprattutto sulla gestione della redditività e della crescita. Quello che questa crisi ha rivelato è l’importanza della flessibilità, della resilienza e della sostenibilità nel suo senso più ampio. Diventare quindi sempre più impresa sostenibile.

La prossima “normalità”

Mentre le aziende si adattano alle dinamiche di mercato di quella che molti definiscono la “nuova normalità”, è anche tempo per loro di considerare il futuro che le attende in uno scenario che si sta delineando molto diverso da quello in cui viviamo oggi: un futuro che sarà la nostra “prossima normalità”.

Conosciamo tutti le enormi sfide legate al cambiamento climatico. Secondo le Nazioni Unite, siamo entrati nel “decennio dell’azione”.

Una finestra di otto-dieci anni in cui, come individui e organizzazioni, possiamo ancora apportare i cambiamenti necessari per mitigare gli effetti negativi sul cambiamento climatico.

La sostenibilità, tuttavia, va oltre le questioni ambientali. Ha a che fare anche con la creazione di luoghi sani e sicuri in cui vivere, la riduzione delle disuguaglianze e la garanzia di un’educazione accessibile a tutti, come definito dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS/SDGs) delle Nazioni Unite.

Oggi per molte aziende, questo concetto esteso di sostenibilità ha assunto un significato più profondo. Già prima della pandemia, le imprese venivano incoraggiate a misurare la sostenibilità e il successo aziendale, in modo da collegare i classici tre ambiti: impatto economico, sociale e ambientale.

Imprese Intelligenti

Le conversazioni con molti business leader si concentrano su come le imprese possono superare l’incertezza sviluppando maggior resilienza e modelli veramente sostenibili adatti per ripartire nell’economia post-pandemia.

L’emergenza Covid-19 ha non solo accelerato in modo significativo il percorso di molte aziende verso la sostenibilità, ma le ha anche portate a comprendere i vantaggi che potrebbero ottenere. E in futuro saranno indubbiamente le imprese sostenibili ad attrarre maggiori finanziamenti, migliorare il business e conquistare l’attenzione dei consumatori.

In che modo le organizzazioni possono realizzare nuovi vantaggi in termini di sostenibilità?

Claudio Muruzabal, SAP President for Southern Europe, Middle East and Africa, afferma di aver creduto a lungo – e di averne molto discusso con clienti e partner – nel ruolo fondamentale che la tecnologia ricopre per le aziende nell’aiutarle a raggiungere i propri obiettivi e creare un valore che rimane nel tempo.

E l’unico modo per ottenerlo è semplificare i processi aziendali sfruttando le tecnologie emergenti per creare una piattaforma operativa e gestionale integrata e basata sui dati. Le aziende che raggiungono questo livello di semplificazione diventano vere imprese intelligenti.

La capacità di riconvertirsi

Durante i momenti più difficili dei numerosi lockdown che ognuno di noi ha vissuto, abbiamo visto case automobilistiche iniziare a produrre respiratori, aziende vinicole realizzare disinfettanti per le mani di alta qualità e produttori di filati convertire i loro impianti per confezionare dispositivi di protezione individuale.

Certamente non era il loro core business. Ma hanno capito che era in linea con il loro purpose, hanno compreso le aspettative dei loro clienti e come potevano agire per aiutare chi ne aveva bisogno. Sono stati in grado di reinventarsi per adattarsi alle condizioni di mercato ed esplorare nuovi modelli di business, scalando verso l’alto o il basso a seconda delle esigenze, rimanendo, al contempo, concentrati sui propri clienti e dipendenti.

Nel bel mezzo della pandemia, abbiamo visto Al Dahra, azienda agroalimentare degli Emirati Arabi Uniti, centralizzare i propri processi di approvvigionamento per garantire forniture e consegne in tempi più rapidi, e individuare nuovi fornitori per soddisfare l’aumento della domanda. Abbiamo visto il leader italiano dell’ingegneria industriale De Nora implementare da remoto in pieno lockdown il nuovo sistema gestionale nella sua consociata statunitense. E ancora, il Ministero della Sanità del Marocco ha allestito una SAP Digital Boardroom in due sole settimane per fornire il monitoraggio e il tracciamento in tempo reale del contagio da Covid-19.

Queste aziende non sono state fortunate né si sono trovate nel posto giusto al momento giusto. Sono state capaci di prendere decisioni basate su dati contestuali e in tempo reale riguardo alle loro operation e di combinarle con le richieste e le esperienze dei clienti e dei dipendenti per raggiungere grandi risultati.

Ciò che questa pandemia sta dimostrando è che le imprese intelligenti sono, per definizione, sostenibili e resilienti. Questa resilienza permette loro di affrontare le sfide in modo olistico, pur continuando ad avere un impatto positivo all’interno delle loro comunità e, più in generale, nel mondo.

Anche con l’ampliamento della definizione di sostenibilità dell’UNDP, le imprese intelligenti hanno la capacità unica di diventare organizzazioni sostenibili, perché sono in grado di prendere decisioni rapide e guidate dai dati lungo l’intera catena del valore.

La sostenibilità, tuttavia, va oltre le questioni ambientali: ha a che fare anche con la creazione di luoghi sani e sicuri in cui vivere, la riduzione delle disuguaglianze e la garanzia di un’educazione accessibile a tutti.

La vera sostenibilità

Realizzare la vera sostenibilità nello scenario post-pandemia significa sapere dove si trovano i clienti e gli stakeholder, di cosa hanno bisogno in questo momento e come servirli al meglio con prodotti e servizi per loro rilevanti. Vuol dire sapere dove si trovano le materie prime ed essere in grado di orientarsi verso nuove fonti di approvvigionamento quando una non è più disponibile. Vuol dire creare un pool di talenti all’interno dell’organizzazione che sappia affrontare situazioni di lockdown improvvise e adottare un nuovo approccio efficace e chiaro ai viaggi quando le limitazioni per gli spostamenti iniziano ad aumentare.

Soprattutto, si tratta di utilizzare la tecnologia per creare resilienza, innovazione e sviluppo. In questo modo, se dovesse arrivare una prossima crisi, la vostra azienda non solo sarà meglio preparata a superare la tempesta, ma identificherà e trarrà vantaggio dalle nuove opportunità. Questa è la “prossima normalità” con la quale tutti noi dovremo imparare a convivere. 

L’Emergenza Covid spinge la scelta su temi “green”

L’economia è sempre più green. Si tende a puntare sui Megatrend, ossia fenomeni di lungo periodo destinati a trasformare il mondo che conosciamo, dall’Ambiente al Digitale

L’Ambiente e le risorse naturali, le energie rinnovabili, i cambiamenti sociali e demografici con l’invecchiamento della popolazione, ma anche la tecnologia e l’energia pulita, e ancora la salute, la ricerca e il benessere delle persone.

L’emergenza sanitaria causata dal Covid-19, ha cambiato profondamente le abitudini e gli interessi del mondo intero, anche in campo economico, e sui risparmi della popolazione. Questi i temi a cui è rivolta oggi più che mai l’attenzione e l’interesse. Si sta spingendo sempre più ad investimenti sostenibili, e a tutti quei “Megatrend” ovvero quelle tematiche che consentono di investire sui fenomeni di lungo periodo, destinati a trasformare il mondo in cui viviamo, lavoriamo, consumiamo.

Un investimento oculato quindi sul nostro futuro e soprattutto su quello dei nostri figli e nipoti.

I Megatrend sono alla base di numerosi fondi, attivi e passivi, di gestioni assicurative e di piani pensionistici che combinano in genere varie tematiche e puntano su molteplici aziende per ridurre il rischio. Tra le società di gestione italiane che stanno maggiormente premendo l’acceleratore sul fronte Megatrend vi sono realtà come Fineco Bank, che propone il fondo dei fondi, FAM Megatrends con cinque tematiche di base, cioè: invecchiamento della popolazione, crescente scarsità d’acqua, veicoli elettrici, cambiamenti climatici e cure oncologiche. L’Associazione ANIMA invece punta in particolare sulla cosiddetta “Silver Economy” ovvero il cambiamento dei modelli di consumo e di trasformazione digitale. Sul fronte delle formule assicurative di investimento ci sono poi alcuni interessanti prodotti come GeneraValore del gruppo Generali Italia che propone di cogliere le opportunità del Megatrend demografici, di business, e investimenti sostenibili.

Le imprese, aziende e industrie, gli investitori in tutto il mondo, chiedono sempre di più sostenibilità per i propri investimenti, e anche in Italia si punta sempre più al risparmio gestito e in generale alle aziende a cui dare fiducia e denaro. Tra i fondi a cui si guarda con interesse, per esempio, c’è ESG- ENVIRONMENTAL (rispetto per l’ambiente) SOCIAL (attenzione al sociale) GOVERNANCE (buon governo) con una gestione aziendale in linea con i principi economici ma soprattutti con quelli etici.

Anche in Italia cresce l’offerta di prodotti sostenibili. Il Gruppo Poste Italiane, ad esempio, integra i principi ESG nei processi di investimento e di assicurazione. con il Fondo Poste Investo Sostenibile socialmente responsabile, che investe in un paniere di titoli selezionato con attenzione specifica ai fattori ambinetali, sociali e di governance e con un benchmark composto da indici che sono essi stessi sostenibili.

E ancora, si chiama Diamond Eurozone Office il fondo immobiliare tutto “green” che ha ottenuto la massima valutazione internazionale Gresb.

Anche il Mediolanum Flessibile Globale è diventato Flessibile Futuro Sostenibile e al tradizionale approccio gestionale affiancherà anche un approccio ESG con l’obiettivo di contribuire alla riduzione delle emissioni di carbone.

A ottobre scorso è stato lanciato inoltre il Best Brands Global Impact da Mediolanum International Funds, soluzione di investimento azionario globale che investe in aziende in grado di generare un impatto positivo in termini sociali e ambientali.

Industria chimica, un settore strategico per l’economia circolare

L’industria chimica è un settore indispensabile” – ha dichiarato Paolo Lamberti, “anche l’emergenza Covid-19 lo ha chiaramente dimostrato. Il Governo ne tenga conto nelle scelte imminenti per uscire dalla crisi”



Nel corso dell’Assemblea di Federchimica, Lamberti ha ricordato che sin dal primo lockdown, il settore non ha mai interrotto la produzione in quanto fornitore essenziale lungo le catene del valore (“una infrastruttura tecnologica”) ma anche produttore di manufatti di estrema necessità, che vanno dai gas medicinali – in particolare dall’ossigeno – ai disinfettanti, a tutte le materie prime per realizzare maschere, guanti, camici e visiere, che hanno iniziato a scarseggiare fin dall’inizio dell’emergenza. “Le nostre imprese – ha proseguito Lamberti – hanno moltiplicato gli sforzi di produzione e sostenuto concretamente la Protezione Civile Nazionale e alcune Regioni nel rintracciare questi prodotti e nel renderli disponibili laddove necessario”.

L’industria chimica in Italia, oltre 2.800 imprese che impiegano circa 112.000 addetti, con un valore della produzione pari a 55 miliardi di euro (e una quota di export del 56%) è il terzo produttore europeo e il dodicesimo al mondo

Il settore chiude il 2020 con una produzione in calo del 9%: un dato che, seppure in forte diminuzione, evidenzia una maggiore tenuta rispetto all’industria in generale. 

Pesa la contrazione senza precedenti dell’attività di numerosi settori clienti, che ha inevitabilmente condizionato anche la domanda di chimica.

La seconda ondata di contagi rischia di interrompere bruscamente il percorso di recupero intrapreso durante i mesi estivi e già nel quarto trimestre si intravedono alcuni segnali di indebolimento.


“Le prospettive per il 2021 rimangono estremamente incerte e non potremo certamente aspettarci un pieno recupero rispetto alle perdite registrate nel 2020. 
L’incertezza ostacola le decisioni di acquisto dei clienti, che si manifestano in modo molto frammentario e discontinuo. Di conseguenza, nel 2021 possiamo ipotizzare il ritorno a una moderata crescita della produzione chimica, intorno al 4%.


Nel corso della sua relazione, Lamberti ha sottolineato le solide prospettive occupazionali che l’industria può offrire. 

I giovani rappresentano il 20% dell’occupazione e quasi un addetto su quattro è laureato, a fronte di una media industriale di circa uno su dieci.



I contratti a tempo indeterminato sono la stragrande maggioranza (il 95%) e negli ultimi 4 anni il settore ha generato oltre 6.000 nuovi posti di lavoro e l’occupazione evidenzia una buona tenuta anche nel 2020: dunque – nonostante l’innalzamento dell’età pensionabile le criticità già evidenti a fine 2019 – le imprese chimiche stanno investendo nel capitale umano, anche per dotarsi di nuovi competenze in ambiti strategici quali la ricerca e la digitalizzazione.

“Come imprese chimiche – prosegue Lamberti – dobbiamo essere consapevoli che il nostro contributo alla ripresa sarà fondamentale, soprattutto per rendere possibile quella rivoluzione ambientale di cui tanto si parla. 


“Gli ambiziosi obiettivi del Green Deal europeo, che impatteranno significativamente sui modelli di offerta e sui comportamenti di consumo, potranno essere conseguiti anche grazie alla forte e pervasiva spinta verso l’innovazione tecnologica che la Chimica è in grado di produrre.


Siamo il primo settore industriale per quota di brevetti ambientali, pari al 40% del totale. Abbiamo perciò un ruolo determinante nelle tecnologie per la gestione ambientale (emissioni inquinanti, rifiuti e suolo), la conservazione e disponibilità di acqua e la mitigazione del cambiamento climatico.   


“Senza dimenticare – prosegue Lamberti – lo sviluppo di competenze tecnologiche all’avanguardia, quali le fonti rinnovabili e le biotecnologie industriali, il riciclo chimico e la chimica da rifiuti, l’impegno nella progettazione sostenibile e circolare dei prodotti, lo sviluppo di tecnologie innovative per l’efficienza energetica degli edifici, per una mobilità ecosostenibile, per la cattura, lo stoccaggio e il riutilizzo della CO2 e per l’idrogeno pulito.


“Proprio per il vasto e multiforme contributo di conoscenze che la Chimica è in grado di fornire, Federchimica crede fortemente nel cosiddetto approccio “One Health”, secondo il quale la salute umana, quella animale e la protezione dell’ambiente sono ambiti strettamente interconnessi, e la Ricerca deve e dovrà tenerne conto. 

“Ci aspettiamo – conclude Lamberti – che il cosiddetto Piano di Ripresa e Resilienza, superate le tante divisioni, abbia un forte orientamento industriale, per favorire richieste funzionali al rilancio. Chiediamo che si tenga conto delle esigenze dell’industria chimica, settore strategico, altamente specializzato, per sua natura portato al cambiamento e da sempre orientato alla centralità delle risorse umane, nonché in continuo miglioramento nel produrre in modo sostenibile e circolare”.

La trasmissione di coronavirus nell’aria: fenomeno “airborne”

virus nell'aria

Il ruolo della trasmissione airborne dipende da diverse variabili, come la concentrazione e la distribuzione dimensionale delle particelle virali in atmosfera e le condizioni meteorologiche

Queste variabili poi, si diversificano a seconda che ci considerino ambienti outdoor e ambienti indoor”, sottolinea Marianna Conte, ricercatrice Cnr-Isac

Uno studio multidisciplinare, condotto a maggio 2020, analizza le concentrazioni in atmosfera di SARS-CoV-2 a Venezia e Lecce, evidenziandone le implicazioni per la trasmissione airborne.

La ricerca, pubblicata su Environment International, è stata condotta da Cnr-Isac, Università Ca’ Foscari Venezia, Cnr-Isp e Istituto zooprofilattico sperimentale della Puglia e della Basilicata

La rapida diffusione del Covid-19, e il suo generare focolai di differente intensità in diverse regioni dello stesso Paese, hanno sollevato importanti interrogativi sui meccanismi di trasmissione del virus e sul ruolo della trasmissione in aria (detta airborne) attraverso le goccioline respiratorie.

Mentre la trasmissione del SARS-CoV-2 per contatto (diretta o indiretta tramite superfici di contatto) è ampiamente accettata, la trasmissione airborne è invece ancora oggetto di dibattito nella comunità scientifica.


Grazie ad uno studio multidisciplinare, condotto dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac) di Lecce, dall’Università Ca’ Foscari Venezia, dall’Istituto di scienze polari del Cnr (Cnr-Isp) di Venezia e dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Puglia e della Basilicata (Izspb), sono state analizzate le concentrazioni e le distribuzioni dimensionali delle particelle virali nell’aria esterna raccolte simultaneamente, durante la pandemia, in Veneto e Puglia nel mese di maggio 2020, tra la fine del lockdown e la ripresa delle attività.

La ricerca, avviata grazie al progetto “AIR-CoV (Evaluation of the concentration and size distribution of SARS-CoV-2 in air in outdoor environments) e pubblicata sulla rivista scientifica Environment International, ha evidenziato una bassa probabilità di trasmissione airbone del contagio all’esterno se non nelle zone di assembramento.
“Il nostro studio ha preso in esame due città a diverso impatto di diffusione: Venezia-Mestre e Lecce, collocate in due parti del Paese (nord e sud Italia) caratterizzate da tassi di diffusione del COVID-19 molto diversi nella prima fase della pandemia”, spiega Daniele Contini, ricercatore Cnr-Isac.

Durante la prima fase della pandemia, la diffusione del SARS-CoV-2 è stata eccezionalmente grave nella regione Veneto, con un massimo di casi attivi (cioè individui infetti) di 10.800 al 16 aprile 2020 (circa il 10% del totale dei casi italiani) su una popolazione di 4,9 milioni. Invece, la regione Puglia ha raggiunto il massimo dei casi attivi il 3 maggio 2020 con 2.955 casi (3% del totale dei casi italiani) su una popolazione di 4,0 milioni di persone.

All’inizio del periodo di misura (13 maggio 2020), le regioni Veneto e Puglia erano interessate, rispettivamente, da 5.020 e 2.322 casi attivi.

“Il ruolo della trasmissione airborne dipende da diverse variabili quali la concentrazione e la distribuzione dimensionale delle particelle virali in atmosfera e le condizioni meteorologiche. Queste variabili poi, si diversificano a seconda che ci considerino ambienti outdoor e ambienti indoor”, sottolinea Marianna Conte, ricercatrice Cnr-Isac.

La potenziale esistenza del virus SARS-CoV-2 nei campioni di aerosol analizzati è stata determinata raccogliendo il particolato atmosferico di diverse dimensioni dalla nano-particelle al PM10 e determinando la presenza del materiale genetico (RNA) del SARS-CoV-2 con tecniche di diagnostica di laboratorio avanzate.

Automazione industriale nel settore farmaceutico

Il settore farmaceutico si adatta costantemente alle esigenze del mercato che cambiano frequentemente e rapidamente a causa di fattori come la regolamentazione, la disponibilità di competenze e la trasformazione digitale. Per trasformare queste sfide in opportunità, le aziende si affidano sempre più a soluzioni come la collaborazione uomo-robot e l’uso dell’intelligenza artificiale che permette l’elaborazione costante dei dati

Michael Suer, Director Life Science EMEA, Factory Automation, Mitsubishi Electric Europe B.V., esamina le quattro tendenze tecnologiche fondamentali all’interno del comparto farmaceutica che stanno avendo un impatto in costante crescita sul mercato: robot collaborativi, robot cooperativi, intelligenza artificiale e tecnologia Edge Computing.

Una chiara tendenza nel settore farmaceutico è la crescente domanda di robot collaborativi (cobot) che lavorano accanto agli esseri umani e sono in grado di eseguire operazioni semplici e complesse: dal dosaggio, miscelazione, conteggio, dispensazione all’ispezione e marcatura dei farmaci nei laboratori farmaceutici.

L’economicità e la facilità di programmazione dei cobot permettono il loro utilizzo in tutte le tipologie di aziende indipendentemente dal settore.

Lavorando a stretto contatto con l’essere umano, i cobot rappresentano un’opportunità: possono sollevare le persone da compiti monotoni, faticosi e fisicamente stressanti, aumentando così l’efficienza e la qualità del lavoro umano. Ma non solo. Possono portare anche maggiore affidabilità, costanza e precisione al laboratorio farmaceutico, completando compiti ripetitivi con grande accuratezza e precisione, e aiutando a mantenere gli ambienti sterili dalla contaminazione. Ad esempio, il cobot MELFA ASSISTA di Mitsubishi Electric ha una superficie facile da pulire, può eliminare il rischio di lesioni dovute allo schiacciamento dei bordi e raggiunge anche una ripetibilità di ± 0,03 mm, vicina a quella dei robot industriali dell’azienda (± 0,02 mm). Ulteriori caratteristiche distintive sono le loro semplici funzioni di controllo e programmazione, che possono essere facilmente gestite dagli operatori del settore farmaceutico, e la loro flessibilità di impiego in molte aree di applicazione del laboratorio.

Robot cooperativi senza barriere

Con le loro caratteristiche di sicurezza intrinseche, i cobot possono lavorare al fianco dell’uomo senza presentare alcun pericolo. Al contrario, i robot industriali hanno tradizionalmente bisogno di essere utilizzati all’interno di barriere fisiche per garantire la sicurezza dei lavoratori. Tale configurazione può avere un impatto sulla produttività in quanto, affinché l’operatore possa avvicinarsi al robot, è necessario effettuare l’arresto. Inoltre sono previste complesse procedure di riavvio, se le barriere protettive vengono aperte o a seguito di uno stop di emergenza.

I produttori stanno cercando di affrontare questa limitazione attraverso l’uso di sistemi ottici di sicurezza al posto di barriere fisiche. I laser scanner vengono sempre più utilizzati per monitorare zone definite attorno al robot: quando un essere umano entra nella zona più esterna, una funzione di riduzione della velocità rallenta il robot. Se l’operatore invade l’area in cui esiste il pericolo di contatto diretto con il robot, il robot si ferma immediatamente. Una volta sgombrata l’area, il robot riprende il funzionamento in modo rapido e automatico.

Mitsubishi Electric offre tale soluzione attraverso la sua tecnologia MELFA SafePlus. Ciò limita la velocità o il movimento del robot quando i sensori di sicurezza vengono attivati, consentendo agli operatori di lavorare in sicurezza in prossimità di un robot in movimento.

Intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale è un ulteriore fattore che potrebbe impattare sul settore farmaceutico nel campo della robotica, in quanto può fornire la capacità di reagire in modo appropriato a situazioni impreviste e non programmate.

Ad oggi, l’ultima serie di robot MELFA FR di Mitsubishi Electric è disponibile con funzioni AI e può aumentare la resa nelle operazioni di pick & place nel settore farmaceutico. Ad esempio, nella manipolazione di oggetti delicati, i sensori di forza vengono utilizzati per il rilevamento del contatto o per l’inserzione e il montaggio di oggetti. L’intelligenza artificiale può regolare automaticamente i parametri per il controllo del rilevamento della forza per ridurre i tempi di set-up, ottimizzando i parametri di controllo, le posizioni e la velocità.

La nuova tecnologia AI è offerta anche all’interno della soluzione Edge computing MELIPC di Mitsubishi Electric che fornisce un gateway tra il livello shop floor e i sistemi IT, offrendo allo stesso tempo funzioni aggiuntive per il monitoraggio e l’analisi dei dati di produzione estratti (data mining).

Edge computing

L’obiettivo è aumentare l’OEE (overall equipment effectiveness) mediante la digitalizzazione. Con il Data Mining, è possibile agire e gestire dati in tempo reale e in modo sicuro. In questo caso, l’Edge Computing offre una soluzione che consente l’analisi interna di dati sensibili, di ricette, lotti e dati di produzione all’interno della produzione farmaceutica.

L’OEE è anche influenzato dall’efficienza della linea di produzione stessa, che dipende dalle condizioni e dal profilo operativo dei dispositivi. Le soluzioni di edge computing come il MELIPC di Mitsubishi Electric forniscono preziose informazioni che possono essere estratte, abilitando funzioni di manutenzione predittiva con una significativa riduzione dei costi di servizio.

Esistono numerose tecnologie che andranno a vantaggio del settore farmaceutico, tali sistemi migliorano la capacità e l’efficienza produttiva, garantendo la massima efficienza in operazioni come la produzione di singoli farmaci. È importante sottolineare che la tecnologia per fornire questi aspetti della produzione farmaceutica è già disponibile e potrebbe essere la più economica da utilizzare.

Mitsubishi Electric

Mitsubishi Electric, con un’esperienza di quasi 100 anni nella produzione, nel marketing e nella commercializzazione di apparecchiature elettriche ed elettroniche, è riconosciuta quale azienda leader a livello mondiale. I prodotti e i componenti Mitsubishi Electric trovano applicazione in molteplici campi: informatica e telecomunicazioni, ricerca spaziale e comunicazioni satellitari, elettronica di consumo, tecnologia per applicazioni industriali, energia, trasporti e costruzioni. In linea con lo spirito del proprio corporate statement “Changes for the Better” e del proprio motto ambientale “Eco Changes”, Mitsubishi Electric ambisce a essere una primaria green company a livello globale, capace di arricchire la società attraverso la propria tecnologia. L’azienda si avvale della collaborazione di oltre 145.000 dipendenti nel mondo e ha raggiunto nell’anno fiscale terminato il 31 marzo 2020 un fatturato complessivo di 4.462,5 miliardi di Yen (40,9 miliardi di USS*)

Nell’area EMEA è presente dal 1969 con venti filiali: Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Olanda, Italia, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Russia, Slovacchia, Spagna, Sud Africa, Svezia, Regno Unito, Turchia, Ungheria e UAE (Emirati Arabi Uniti). La filiale italiana, costituita nel 1985, opera con tre divisioni commerciali: Climatizzazione – climatizzazione per ambienti residenziali, commerciali e industriali, riscaldamento, deumidificazione e trattamento aria; Automazione Industriale e Meccatronica – apparecchi e sistemi per l’automazione industriale; Automotive – sistemi e componenti per il controllo dei dispositivi di auto e moto veicoli. Viene inoltre supportata la vendita per i Semiconduttori – componentistica elettronica; Visual Information System – sistemi di visione multimediale.

SENSORYLAB, l’analisi sensoriale nel laboratorio moderno

sensory lab

SensoryLab è il nuovo laboratorio di analisi sensoriale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, inaugurato non molto tempo fà, nell’ambito del convegno dell’International Academy of Sensory Analysis

Utile agli studenti per sperimentare le principali tecniche di valutazione sensoriale applicate, è una struttura a disposizione delle aziende che intendono studiare, con metodi scientifici, le proprietà sensoriali dei propri prodotti, ottenendo importanti elementi di giudizio.

Progettare un laboratorio di analisi sensoriale implica la conoscenza e la capacità di descrivere correttamente gli stimoli sensoriali che, fondamentalmente, si sovrappongono durante il processo di analisi.

Per il soggetto (solitamente un partecipante al panel test) che riceve impressioni simultanee, infatti, è difficile, se non impossibile, fornire valutazioni indipendenti e oggettive a ciascuno stimolo che percepisce, qualora non sia posto in condizioni adeguate.

Non bisogna dimenticare, inoltre, che gli strumenti di valutazione non sono solamente gli organi di senso, ma anche, e soprattutto, la “testa”, intesa come l’insieme di emozioni, ricordi, esperienze vissute e modelli elaborati a livello mentale che gli psicologi chiamano “cornice di riferimento”.

SensoryLab nasce non solo nel rigoroso rispetto della norma ISO 8589 (2007) Sensory analysis – General guidance for the design of test rooms”, ma appoggia la sua realizzazione tenendo in forte considerazione gli sviluppi di questi ultimi anni.

La ricerca ha portato alla luce che non basta più soltanto avere un locale con cabine individuali e un locale attiguo di preparazione dotato di strumenti e attrezzature idonei, o possedere adeguate conoscenze statistiche.

Occorre soprattutto che i test sensoriali sappiano valutare la risposta personale in termini di preferenza e accettabilità del soggetto coinvolto, inserendolo in locali confortevoli e vicini alle circostanze di consumo del prodotto, ove il medesimo soggetto possa confrontarsi, discutere, partecipare al processo decisionale che lo porta a esprimere un giudizio in tutta la sua componente psicologica e affettiva. Per tale ragione, oggi, non è sufficiente progettare un laboratorio “a norma ISO”, ma occorre considerare e includere tutti quegli elementi che supportano il soggetto nella sua interazione più olistica con il cibo, così da porlo nelle condizioni più vicine al consumo reale senza, tuttavia, esporlo agli elementi d’interferenza che ne precluderebbero una valutazione oggettiva e riproducibile. Importanti, dunque, risultano le postazioni di assaggio che devono rappresentare l’ambiente più idoneo per consentire la concentrazione del giudice.

La scelta fatta per le 20 postazioni fisse (19 + 1 per disabili) del SensoryLab è stata ben meditata e ponderata. Innanzitutto, queste hanno divisori alti soltanto 45 cm e sono disposte su due file parallele con ampio passaggio tra esse. In questo modo il panel leader, oltre a interagire direttamente con i giudici, ha anche facile accesso al locale di preparazione, situato nella stanza attigua e con accesso diretto alla sala, senza consentire il passaggio o la vista ai giudici.

Ogni cabina è dotata di un passavivande, per agevolare il passaggio dei campioni, di un ampio piano di appoggio e di tablet individuali, provvisti di software innovativo per l’elaborazione dei dati.

Parte integrante del SensoryLab è, infine, l’impianto di pressurizzazione dell’aria e quello d’illuminazione.

Quest’ultimo, infatti, oltre alle plafoniere standard è costituito da un doppio binario, sopra le due file di cabine, che consente di creare diversi giochi di luce: oltre alla luce monocromatica (naturale, calda e fredda), infatti, è anche possibile avere la luce colorata (rossa, verde e blu) a varie intensità luminose.

SensoryLab nascendo all’interno dell’Università, costituisce un supporto didattico non solo agli insegnamenti di “Analisi sensoriale degli alimenti” afferenti ai diversi percorsi formativi, ma consente di svolgere corsi di formazione e di aggiornamento per professionisti e per esperti aziendali. Dal punto di vista industriale, l’attività di SensoryLab abbraccia un’area di ricerca multidisciplinare e trasversale molto ampia della vita di un’azienda: dall’ufficio acquisti, alla ricerca e sviluppo, al controllo qualità, fino al marketing.

Questa consapevolezza riveste un’importanza sempre più crescente per gli imprenditori: le decisioni riguardanti quale cibo comperare e consumare sono complesse e influenzate da numerosi fattori, non solo sensoriali, quali il prezzo, il processo, la salubrità, il valore del marchio. Questi fattori devono essere investigati congiuntamente per fornire alle aziende strumenti decisionali sempre più efficaci. Ancor più se si pensa alla nascita di un nuovo prodotto, al suo lancio e, soprattutto, al suo mantenimento sul mercato, tutte le varie funzioni e uffici aziendali devono essere coinvolte in base al loro ruolo, per contribuire al progetto comune.

A cominciare dall’ambito della R&D, l’attività di SersoryLab diviene un elemento imprescindibile per valutare i prototipi, rilevarne le differenze, definire il profilo sensoriale, tracciare il decadimento qualitativo e studiare l’impiego di materie prime o ingredienti diversi. Da quello che si definisce profilo sensoriale di base, ossia il profilo standard che tiene conto della variabilità della produzione e delimita il “range” di accettabilità, deriva una serie di applicazioni utili su più fronti: dalle attività periodiche di controllo agli studi di shelf-life, fino alle nuove ricettazioni con cambio d’ingredienti o di parametri tecnologici.

Tutto questo per evitare scostamenti dal profilo base del prodotto, per ridurre il rischio di mercato associato al lancio dei nuovi prodotti o al miglioramento degli esistenti, per lo studio dei principali competitor presenti sul mercato, aspetto, quest’ultimo, che rappresenta una delle sfide più importanti. Offre, inoltre, indicazioni adeguate sulla strategia comunicativa utile per raggiungere un determinato target di clientela, evitando quelle perdite che derivano da una concezione troppo generica del prodotto. Il giudizio, in molti casi, è influenzato da una serie di fattori esterni e interni al soggetto e la qualità e la tipologia delle informazioni a disposizione rivestono, pertanto, un ruolo fondamentale nel processo di elaborazione della decisione d’acquisto.

L’analisi sensoriale permette di ottenere informazioni molto interessanti sul profilo del consumatore, coadiuvando il processo di posizionamento del prodotto e riducendo il gap tra posizionamento ideale dell’azienda e quello reale all’interno del mercato.

SensoryLab può aiutare le aziende a capire chi sia il consumatore finale e quale sia la percezione che esso ha del loro prodotto o del marchio, consapevoli che la percezione degli attributi di un prodotto può variare con il profilo del consumatore.

Concludendo, non va dimenticato che l’analisi sensoriale è una tecnica in grado di accertare non solo la qualità ma anche la tipicità di un prodotto agroalimentare, le cui caratteristiche derivano dalle peculiari condizioni dell’agroecosistema in cui si è sviluppato o dalle tecnologie con cui è stato prodotto. A differenza delle usuali analisi chimiche e microbiologiche che consentono prevalentemente di stabilire la salubrità, o il valore nutrizionale di un alimento, SensoryLab caratterizza il profilo del prodotto, ne evidenzia l’accettabilità da parte del consumatore e suggerisce gli interventi tecnologici atti a rendere il prodotto più gradito.

Fonte: DiSTAS, Dipartimento di Scienze e Tecnologie Alimentari per una filiera agro-alimentare sostenibile – Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Piacenza –  milena.lambri@unicatt.it